Hiporabundia

Racconti, libri e altro

Pagina 2 di 8

ANDREA

Uno o due? Due. Arriviamo in spiaggia con due ombrelloni. Colpa mia, non tollero più il sole, come un verme del sottosuolo. Un tempo ero lucertola, ore ed ore ad arrostirmi la pelle.
Mi bastava una settimana per cambiare colore e diventare un’altra.
Oggi, invece, la giovinezza fa marameo dall’oblò del tempo.

Mentre mi dispero avviene un fatto inaspettato, conosco Andrea. Forse ad attirare la sua attenzione è stato l’ombrellone arcobaleno sotto il quale sono seduta o forse m’avrà vista sola e vuole tenermi compagnia. «Mi chiamo Andrea, facciamo un bagno insieme?».
È bassino, magrolino, come lo sono certi uomini alla sua età, occhi azzurri, trasparenti più del mare che ci sta di fronte. Non mi fido degli sconosciuti dagli occhi chiari ma la sua sperduta gentilezza mi commuove.

Coccooo-bellooo. Coccooo-frescooo.

Andiamo in acqua senza allontanarci troppo dalla riva, lui non sa nuotare, galleggia appena. «Però so fare il morto» e si mette pancia all’aria, le onde lo cullano e per un attimo smette di agitarsi. Devi essere leggero come una farfalla, non c’è bisogno che t’agiti tanto. Gli mostro come stare a galla senza affanno. Fa delle strane smorfie. Ridiamo. Inizia a parlarmi della madre. Eccone un altro rovinato dall’edipico complesso. Lui parla, io raccolgo sassi sul bagnasciuga. «Per chi sono?». Per le mie pronipotine. «Sono anche loro in vacanza qui?». No, abitano lontano. «Peccato, potevamo divertirci molto… tutti insieme».
Mi congedo da Andrea, sta diventando impegnativo stargli dietro. Cerca di toccarmi, io lo scanso, m’afferra le mani. La madre da lontano ci guarda. Ciao Andrea io vado.
Passano pochi minuti, neanche il tempo d’asciugarmi, che lui dal suo ombrellone azzurro s’agita mi chiama: «Ehi, signoraaaa». Si è già dimenticato il mio nome. «Lo vuoi un biscotto?». No, grazie. Deluso, abbassa le braccia. Mi sistemo all’ombra, quaderno e penna già pronti per lavorare. Andrea è loquace e fa presto nuove amicizie. S’avvicina soprattutto a donne di una certa età. M’ero illusa, rientro anche io nella seconda scelta. Andrea è irrequieto, la madre lo richiama più volte ma lui niente, non le dà retta. Mi tradisce con il primo quarto di bue.

Il sole di mezzogiorno ha risvegliato il mio mal di testa. Smontiamo gli ombrelloni, piego i teli, sistemo borse e borsette. Saluto Andrea, in fondo è stato carino, non mi va di lasciarlo così, senza un cenno. Lui capisce che stiamo andando, corre. La sabbia scotta, lui saltella come un grillo. «È tuo marito?» Sì, gli faccio sorridendo. «Ma si arrabbia anche lui come tutti i grandi?». No, non tutti i grandi si arrabbiano. Mi guarda perplesso. Ciao. «Ciao».
Prima d’andare mi volto e gli chiedo quanti anni ha. «Indovina?».
Non so, dimmi tu. «Cinque e mezzo». Saltella e ritorna dalla madre.

Coccooo-bellooo. Coccooo-frescooo.

3 luglio 2020
©Mimma Rapicano

AL TRAMONTO

Manueleee, vieniii. Voci, silenzio, acqua di mare, sale sulle mani.
Il piccolo è ancora sul bagnasciuga, non vuole andar via.
Tramonto.
Lui, lei, giocano a carte, fumano sigari cubani, bevono the in lattina, scadente.
“Aspettiamo l’ultimo tramonto” dice lei al telefono con un’amica.

Sotto un piccolo ombrellone, poco più di un ombrello invernale, un uomo legge.
È da solo, il libro ha la copertina blu cobalto. È abbronzato, al mare ci viene da un po’.

La spiaggia si svuota in fretta. Arrivano i gabbiani, volano sopra di noi.
Ci scrutano, aspettano. Dopo il tramonto è il loro turno. Cercano cibo.

Costume giallo io. La vergogna è superata.
Donne in bikini camminano svelte in riva al mare, ridono, sembrano allegre.
Hanno grossi occhiali da sole, ricordano dive d’altri tempi.

Ragazzi albini giocano a palla, proibito prima del tramonto.
Come bambini al parco si tuffano sulla sabbia tiepida e poi si spingono nell’acqua salata.

La mia penna scrive, disegna, è stanca, vorrebbe riposare.
Un bagnino chiude gli ultimi ombrelloni, sistema i lettini, li sbatte ma non li disinfetta.
Nulla più viene sanificato. Il peggio è passato.

Grilli e cicale oltre le dune cri-cri-cri.
Com’era qui due mesi fa? “Pace” risponde un vecchio pescatore.
Ma non ci sono più vecchi pescatori, è un ricordo anche questo.

Una formica, piccola quasi invisibile, zampetta sul mio braccio, si ferma, bisbiglia, mi abbasso per ascoltarla. Mi dà il benvenuto.

2 luglio 2020
©Mimma Rapicano

UN GRAPPOLO D’ORE LIETAMENTE INFECONDE

«È arrivata la fine del mondo. Nonsonopronto!». Urla mio marito. Questa faccenda del virus coronato e del mondo che s’è fermato ha cancellato quell’unico frammento di razionalità che ancora gli restava.

«Non posso morire ora… io devo… Sì, devo. È necessario, è per quelli dopo, dopo di me. Ma ci sarà un dopo?» mi chiede asciugandosi una lacrima.

Indossa la vestaglia color verde smeraldo, sotto la vestaglia il pigiama blu a pois bianchi, il mio preferito. I piedi nudi sono pallidi rami secchi. Li bacio come se fossero quelli di un santo.

Corre da una stanza all’altra, parla da solo, poi all’improvviso agita le mani afferra e tira a sé qualcosa, qualcosa che io non vedo. Si contorce tutto, pare modificarsi, divenire altro. Il mostro è tornato a chiedergli il conto.

«Devo finire il mio strafottutissimo saggio sull’elettrodinamica quantistica, percezione, luce, materia… Ma l’onda vuole fermarmi. L’onda, capisci? ». Mi scuote, ha la bava alla bocca. Attento! La cornice è fragile, potresti romperla. Asciugo le sue labbra con un fazzoletto, gli metto sulla lingua una pillola poi la spingo in gola, lui stringe il mio dito tra i denti, sempre più forte. Il suo sguardo è senza patria, non gli chiedo dove sia. Gli sfioro la guancia, ruvida e calda. Vado via. Ma lui non si calma, è rosso in viso, ha la febbre.

«Siamo fottuti! Lo vedi?». Sì, lo vedo, amore mio.
In questi giorni lo chiamo spesso amore mio, la promessa di un domani radioso e senza inganni. Sguscio via dai suoi pensieri.

Da quando hanno chiuso l’Università, il bar, il Circolo e il resto dei luoghi da lui frequentati, se ne sta a casa tutto il giorno, non s’affaccia neanche alla finestra, non risponde più al telefono. Ha paura che il virus possa entrargli dall’orecchio, una stilla di veleno mortale. Scrive mail, è più sicuro, dice, però disinfetta spesso la tastiera e il monitor. Disinfetta anche le maniglie delle porte. Ventisei porte e cinquantadue maniglie da pulire. La casa è grande.

Io non riesco a nascondermi, controlla ogni mio spostamento e quando non è impegnato a disinfettare le maniglie e la tastiera del computer mi chiede quante volte ho fatto pipì, se ho tossito, quante sigarette ho fumato, se ho misurato la febbre. Prende il termometro e me lo ficca in bocca. Io baro, ho dovuto. Il termometro segna 36. Accenna un sorriso. Ho sostituito il termometro con un giocattolo, lui nemmeno se ne è accorto.

Ieri sera pretendeva che facessi i gargarismi con una soluzione disinfettante, anche i baci sono pericolosi, niente baci e niente abbracci, è per il nostro bene. La distanza è sicurezza, lo dicono al telegiornale. Non ricorda che per noi, i baci e gli abbracci, si sono estinti nel secolo scorso.

Le mie foto sono dappertutto, anche sotto i suoi piedi. Irrequietudine e violenza. Com’è querula la verità vista da qui.

Nel suo studio nessuno ci entra più, è solo. Si siede, si alza, si siede, si alza. Gira in tondo come un animale in gabbia. Scosta appena la tenda della finestra, il male è lì fuori. La città si è trasformata in un’isola senza il mare.
Cerca la soluzione nei libri. Un continuo andirivieni dallo studio alla biblioteca, dalla biblioteca allo studio. Torri instabili affollano la scrivania.
«Il Manzoni, devo rileggere gli sposi promessi forse lì… Forse la peste del francese… come si chiamava? Forse nelle pagine dei filosofi greci. No, prima i tedeschi o La Bibbia?».

Lo lascio agonizzante nella sua babele di carta. Preparo un Martini e vado in terrazza.

È quasi primavera, sulle piante sbocciano piccole gemme color pastello. Oltre l’orizzonte il sole si ritira, mi strizza l’occhio come ogni sera, soltanto io posso vederlo. Alzo il bicchiere, chino il capo, cin cin. Brindo a chi è e a chi non è. Io, non sono. Brindo a questo grappolo d’ore lietamente infeconde, all’annoiato rinchiudersi dell’umanità per paura di morire. Tutto andrà bene, andrà tutto bene. Urlano e cantano da balconi e finestre spalancate. Cori insolenti, lenzuola bianche, bandiere tricolore. Pensa se per cantare e ballare dovessero pagare. Silenzio.

Sbadiglio, tracanno l’ultima goccia di Martini e chiudo gli occhi. La fine del mondo non è ancora arrivata. Non ancora.

 

(Scritto tratto dal mio diario della quarantena, marzo-aprile 2020)

Pubblicato su Casa di Ringhiera il 30 aprile 2020

DOV’È IL SENSO?

– Teniamoci chiaro.
– Teniamoci a distanza, vorrai dire.
– Teniamoci chiaro.
– Chiedi chiarezza, di questi tempi?
– La chiarezza non mi porta.
– Ti porta dove?
– Tu. Tu sei ontologicamente calvo.
– Mi sa che oggi hai qualcosa di strano.
– Io faccio come il suono delle trombe.
– Cosa?
– Tu, domanda.
– Che giorno è oggi?
– È giorno di sbaraglio
– Il tuo è un uso enfatico delle parole, quelle sbagliate, però.
– Non lo so, io tengo chiaro.
– Allora, ricominciamo da capo, tu stai a distanza?
– Distanza è difficile concorrenza.
– Ma cosa vuoi dire?
– Io dico nulla, io tengo chiaro.
– Oggi mi fai impazzire, lo sai?
– Per due e per tre, in fila, cinesi, ho visto.
– Dov’è il senso?
– È noia avvincente.
– Non c’è nulla di convincente nelle tue parole.
– Il tempo decide.
– Qui il tempo divora.
– Neutralizza, appena possibile. 
– Cosa?
– Evade per restare. Infetta è la simmetria del silenzio.
– Ma dov’è la tua testa?
– Assenza è temporanea, nessuno l’afferra.
– Hai qualche problema, chiamo tua madre.
– Le mamme sono tutte belle e tonde come le polene.
– Finalmente una frase compiuta, ha un senso.
– Io tengo chiaro, hai capito?
– Ma chiaro cosa?
– La terza parte del tutto.
– Continuo a non capire.
– Tu sei ontologicamente sciapo.
– Ritorna! Dove sei finita?
– Ho mangiato e tengo chiaro, hai capito adesso?
– Tu fai sesso?
– Io tengo chiaro e tu non puoi spedirlo.
– Però spedirti in manicomio quello sì, ah, sì che posso.
– E che manufatto hai su di me?
– Ti porto chiaro. Capito?
– Allora lo hai visto, lo hai visto anche tu?
– No.
– Allora non tieni chiaro.
– Hai perfettamente ragione.
– La lingua mi si è tutta spiaccicata sulla marmellata.
– Basta! Chiamo tua madre. Pronto? Sì, sono io. No, non si preoccupi, non è successo nulla. Ecco, si tratta di sua figlia, dice cose strane, che “tiene chiaro”. Come? No signora, io non sono ontologicamente calvo.

 

(Scritto tratto dal mio diario della quarantena, marzo-aprile 2020)

Pubblicato su Casa di Ringhiera il 14 aprile 2020

RATARATÀ!

!Orsù dunque, è ora di cambiare!

Cambiare parole ed espressioni che, da diciannovegiornitonditondi, ci mettono angoscia, ci rubano il sonno, fanno tremare polsi e gambe, rivoltano l’intestino e da svegli procurano fastidiosissime e interminabili tachicardie.

Parole scivolate nelle nostre orecchie come stille velenose. Parole angoscianti che ascoltiamo dai telegiornali, le ripetono gli esperti, le pronunciano i cantanti e gli attori, e poi ballerini, scrittori, avvocati, parrucchieri, medici, operai… insomma, tutti a dire le stesse cose come se il nostro vocabolario fosse di colpo regredito.

Non suggerisco di abolirle del tutto, la lingua italiana è una grande signora e va rispettata, ma di cambiarle momentaneamente per chi, da diciannovegiornitonditondi, vive nella terra di mezzo.
Il prima è già storia, il dopo è tutto da reinventare.

Quello che vengo qui a suggerire è la creazione di un dizionario provvisorio.
Sostituire, per esempio, la parola quarantena con una che abbia un bel sorriso tra le vocali e le consonati, che ispiri fiducia e dia pure un poco di allegria. Luce e leggerezza.

Che ne so… dire rataratà per indicare quarantena.

Come va oggi la tua rataratà?
Bene, grazie, le solite cose. E tu?

Non siamo in guerra ma in un clapclap.
E domani?
Flapflap, farò una torta.

O cose del genere.

Il mondo che ci aspetta?
Sarà kaboom!

E giù a ridere, ridere, ridere per sbeffeggiare la paura e tutto il resto. Tutto il resto.

Rataratà! E parte una risata colossale.

 

(Scritto tratto dal mio diario della quarantena, marzo-aprile 2020)

Pubblicato su Casa di Ringhiera il 28 marzo 2020

Rosso occhiosolo di Stranàdia – di Diana Q.

Qualche mese fa, per le mie pronipotine, ho realizzato dei disegni da colorare. Si divertirono loro, mi divertii un mondo anch’io. Quella volta però chiesi loro di immaginare anche una storia partendo proprio dagli strani personaggi dei disegni.

Quello che segue è il racconto di Diana, “Rosso occhiosolo di Stranàdia”, che ho deciso, in accordo con lei, di condividere sul blog.

Forse, in questi giorni incerti e pieni di paure, guardare il mondo con gli occhi dei bambini è quello di cui abbiamo tutti bisogno. (mr)

* * * * *

 

Il paese di Stranàdia

Andavano tutti al teatro ma quando finì il teatro tutti se ne andarono tristi.

Perché erano tristi?

Perché volevano che durasse di più, perché era il più importante spettacolo e tutti se ne andarono a casa mogi mogi.

E ogni volta che passava il più contento dicevano: «Ciao!» con la testa in giù. Mentre il più felice andava con l’aereo a svolazzare perché aveva acquistato un aereo tutto per sé.

Il giorno dopo splendeva un grande sole.

Perché c’era tutto quel sole?

Perché era l’inizio dell’estate. E in estate c’era una bellissima festa e tutti andavano al mare, al mare facevano castelli di sabbia e andavano all’hotel a riposarsi un po’.

All’hotel si riposavano mentre gli altri si gustavano un bel thè. Era veramente bello perché tu potevi fare quello che volevi, perché gli altri ti facevano tutto, ossia i camerieri.

Quell’hotel era il più importante di tutti. Aveva le quattro stelline!

Diana Q., 6 anni.

 

 

NAPOLI, UNA ZOLLA DI TERRA FLUIDA. La città della bellezza e del vuoto.

“La città bandiva i suoi assenti. Chi non l’abitava veniva iscritto nel registro segreto degli espulsi. Napoletano è titolo solo per residenti, la nascita non basta. Conta chi resta, ogni altro è forestiero. Napoletano: proviene poco da un’affaciata su ’na iurnata ’e sole, molto di più dipende dal suo monte pandoro lievitato a fusioni. Nella casa di ognuno sta l’acquerello notturno delle lave incendiarie, il mare illuminato a sangue. Napoletano è adoratore del vulcano fino a lottizzare le pendici, risalire al cratere e costruirci dentro magari uno stadio con le gradinate già evidenti.”
Erri De Luca, Il conto

 

Napoli è una città fatta dal suo popolo forse più di ogni altro posto del mondo. I suoi abitanti hanno reso fluida questa fertile zolla di terra mentre la storia ne ha fatto un crocevia importante e indispensabile per l’arte, la letteratura, la filosofia, il teatro, la musica. Qui giace silenzioso un passato millenario dominato da inerti monumenti che regnano sovrani nelle strade e nei decumani. Dal sottosuolo i resti della città greca si raccontano da soli e non reclamano la luce ma cercano cura e rispetto.

Difficile scriverne evitando di inciampare nei soliti luoghi comuni, la variopinta immagine olografica è diventata lo stereotipo che con fatica si cerca di scrostare.

Dall’alto del suo promontorio la bella Sirena avvolge il suo popolo in un abbraccio materno ma il senso di appartenenza che dovrebbe difendere la sua sfrontata bellezza è spesso offuscato dall’insolenza degli stessi napoletani. È un rapporto di odio e di amore, siamo tutti figli, amanti o carnefici della città fatale.

Il suo ventre è sempre gonfio e gravido, partorisce bestie, partorisce uomini, nutre i suoi figli sia che le diano amore e dedizione sia che violentino e sciupino il suo presente distratto e arrogante.

Eppure un piccolo esercito popola la sua anima ribelle, uomini e donne che non si arrendono e come moderni crociati cercano di conquistare metri cubi d’aria e di dignità. Qui è in atto una piccola rivoluzione perché chi resta è stanco di aspettare e agisce, costruisce. Chi resta è affamato e sottrae pezzi di terra al degrado e all’abbandono. Forse, per la prima volta nella storia, si sta delineando un confine netto tra la menzogna stereotipata su Napoli e i napoletani e la realtà dalle tinte sempre più forti, dalle voci rauche che graffiano il tufo per seminare il domani.

Chi nasce qui sa bene quali sono i confini da non valicare disegnando la sua personale mappa per sopravvivere al male. E su questa mappa orienta la vita, aggiungendo o sottraendo sogni.

Eppure sono proprio i sogni e le speranze di chi oggi ha voglia di riscatto ad alimentare l’anima di una città forse cresciuta troppo in fretta e senza regole.

Napoli è il desiderio che non potrai mai raggiungere, sempre altrove, sempre luce oppure ombra. Una città fluida che non si lascia possedere e che affascina proprio per il suo costante divenire. Nel corso dei secoli è diventata la metafora di se stessa, l’indispensabile corredo iconografico da incorniciare e portare via.

Ma Napoli è anche il vuoto indispensabile all’arte. Un vuoto che diventa il vortice espressivo vitale per vomitare parole che si fanno teatro, per armare la penna e farsi scrittura o liberare le mani che si fanno creta per rimodellare il passato e decorare il futuro.

Chi poserà i suoi passi su questa zolla di terra ne sentirà il lamento, vedrà le sue ferite e la sua porosa avvenenza, ne sarà affascinato oppure respinto.

Napoli è il bisogno di restare sempre e solo se stessa: cangiante, chiassosa e infine necessaria.

©MimmaRapicano

(Articolo pubblicato sulla rivista AWM – Pubblicazione della collana Artwort, giugno 2016)

IL TATUAGGIO

E mentre l’estate finiva e Marie moriva di parto, il mondo se ne stava con il naso all’insù per la prima eclissi di luna del nuovo secolo. Paul era disperato e per giorni non volle vedere Rose, sua figlia. Ma quando la guardò per la prima volta il tormento si fece più sopportabile.
Passarono gli anni e Paul crebbe sua figlia come se fosse il fantasma di Marie, ogni giorno le raccontava delle ultime ore di vita di sua madre: le doglie, la corsa in ospedale, l’eclissi, il parto, per abbandonarsi ogni volta a un pianto straziante e intollerabile. Paul lentamente sprofondò nella depressione che lo portò all’alcolismo e poi al suicidio.

All’età di sedici anni Rose rimase orfana e finalmente libera da quel padre debole e malato. Libera da una specie di incantesimo che la teneva prigioniera nel ricordo di una madre che nemmeno aveva conosciuto. Eppure l’assenza materna divenne una presenza senza la quale le fu difficile andare avanti. Allora Rose continuò a evocare le ore prima della sua nascita, le doglie della madre, il parto e l’eclissi di luna. E si convinse che la sua vita ora apparteneva a quel pigro e solitario astro che ruotava senza sosta intorno alla terra. Sigillò quell’unione con un tatuaggio, uno spicchio di luna, una gibbosa crescente, appena sopra il seno sinistro. Dopo un anno notò che durante le fasi lunari il tatuaggio cambiava forma e posizione: la gibbosa diventava un tondo perfetto nelle notti di luna piena e poi di nuovo un piccolo baffo ora calante ora crescente; se lo ritrovò sul seno destro, su un braccio e sulla schiena.

Il giorno in cui compì vent’anni coincise con una nuova eclissi di luna. Quella notte Rose si svegliò per il gelo che avvertiva fin nelle ossa. Sollevò le coperte e s’accorse di essere nuda e che il tatuaggio, diventato un cerchio nero appena sotto l’ombelico, si muoveva veloce verso il pube. Fermarlo era impossibile e Rose lo guardò sparire nella vagina umida e gonfia. L’orgasmo che provò fu così intenso da toglierle il respiro.
Mesi dopo Rose si scoprì incinta e per la prima volta felice. E mentre il ventre le cresceva immaginava tutte le splendide cose che avrebbe fatto con la sua bambina che avrebbe chiamato Marie. Ma poche ore dopo il parto un embolo la strappò alla vita e ai sogni che progettava di fare insieme a sua figlia.
E Marie divenne orfana ancor prima che il suo primo giorno di vita finisse. La mattina dopo un’infermiera s’accorse che sul petto della piccola era apparsa una voglia, un minuscolo baffo simile a uno spicchio di luna.

(Racconto pubblicato sulla Rivista Blam, novembre 2019)

 

IL TATUAGGIO letto da Antonella Esposito

©MimmaRapicano

HO RUBATO AL SUO CADAVERE

Io le ho viste le sue ceneri, tiepide e brizzolate come i suoi capelli. Affacciarmi in quell’urna e non vedere più il suo viso e non sentire più il suo profumo. E avrei voluto affondarci le mani nella polvere grigia, farne un pasto, granello dopo granello, un indecente e delittuosa abbuffata. Ma è la puzza, la puzza di bruciato che da quel giorno non mi abbandona. A volte sparisce, concede una tregua, poi impetuosa ritorna e il cuore pare scoppiarmi ma non scoppia, resta uguale battito dopo battito. Vivo.

Allora, prima che tutto sparisse, prima di ridurla a niente, ho rubato al suo cadavere una ciocca di capelli. Ho rubato senza pudore una ciocca d’argento per poter toccare il suo ricordo, un gesto insano e disperato.

E ancora prima, prima di rubare l’ho vista spegnersi nel terrore, con gli occhi umidi e vuoti che imploravano pietà, le pupille impazzite puntate al soffitto in cerca di ombre che solo lei poteva vedere. La bocca spalancata come bocca di pesce essiccato si muoveva in cerca di parole che non aveva più. Ed io, impotente e incapace di comprenderla, ho accolto tra le mie braccia il suo fragile corpo, mi sono stretta al suo fianco, viso a viso, ho masticato il suo alito tagliente che sapeva di cera sciolta. L’ho baciata, l’ho ringraziata, ho asciugato le sue lacrime e le mie per dare sollievo a entrambe, un sollievo che fosse a me e a lei comune, e ho infine vestito il suo corpo esangue.

Tre, tre sono stati i suoi ultimi respiri. La morte è arrivata spavalda: Qui comando io! m’è parso di sentire, e in tre lunghi respiri la vita le è schizzata via.

Accanto alla sua bara le ho parlato per l’ultima volta, lei vestita da sposa con un crocifisso di legno sul petto circondata da lettere d’addio, fotografie, disegni e un cuoricino di carta. Tutto bruciato con lei.

Nell’ultimo atto ho consegnato le sue ceneri a un loculo buio e già troppo affollato. Altra polvere in eterno riposo. L’affidavo all’oltre e al poi, me ne liberavo senza sapere che dei morti non ci si libera mai.

«I nostri morti li dobbiamo o seppellire o seguire, dobbiamo immolarci sulle loro tombe o distogliercene senza versare una lacrima…». Raggelano le parole che Albert Caraco imprime con elegante lucidità sulle pagine di Post mortem, l’opera che scrisse per estinguere il suo debito con la morte della Signora Madre.

Ed io, che di lacrime ne ho versate, estinguerò mai il mio debito? Ho pianto per la perdita di mia madre o per la consapevolezza che finirò anch’io in una bara?

Lascio ai filosofi le residue domande sulle tenebre e sulle angosce umane, lascio ai salvatori di anime le fragranti certezze d’incenso. Io me ne sto nel silenzio del mio utero forato ad ascoltare l’ingannevole canto della vita che è sì necessaria ma non sufficiente.

Non essere più figlia, sapere di non appartenere più a nessuno se non a me stessa mi obbliga a divenire altro. Rinascere come in una resurrezione al contrario? Vado sulla sua tomba alla ricerca di risposte che non trovo in un aldiquà incerto e zoppicante. Se la lastra di marmo fosse una porta, ci sbircerei nel buco della serratura per guardarla in faccia, l’oscurità senza nome. Ma la porta da me immaginata non ha serrature e dall’aldilà nessuna risposta mi viene.

Ai miei occhi stanchi non resta che posare lo sguardo sull’effimero lascito materiale, una titanica quantità di fotografie: compleanni, pranzi di Natale, gite al mare, al lago, abbracci e baci rubati, anniversari di matrimonio, lei che sorride, lei imbronciata, lei vecchia già a quarant’anni.

Ma il tormento non arretra e impasta tranelli al mio udito: ecco, mi pare di sentire l’eco lontana degli ultimi respiri, le nostre voci, io che piango, io che rido, io che le chiedo chi sono, lei che ripete il mio nome e no, non sono sua figlia ma sua sorella, e noi che ridiamo, io e lei sole, insieme, ridere malgrado tutto.

Il ricciolo di capelli che ho rubato al suo cadavere è quanto di più tangibile mi rimane, tutto il resto si consumerà, è la natura delle cose terrene. La natura umana, invece, esige un feroce corpo a corpo tra la mia coscienza e il senso di colpa per il tempo che non le ho dedicato, per le notti che non ho vegliato il suo riposo. Non hai fatto abbastanza, mi ripeto.

Eppure so bene che il rimorso è soltanto una scusa: al dolore ci si abitua, il suo tepore rinfranca; il dolore diventa un amante da soddisfare con voraci amplessi, un insulso scambio di umori ed escrementi.

Ci vuole tempo, promette la gente. Tempo, tempo… Com’è buffo affidare la propria salvezza a una parola tanto incerta e sfuggente. Allora aspetto il mio tempo: cambio abito, ravvivo le guance e aspetto fiduciosa come una bambina davanti al banco dei gelati.

Ancora tre mesi, porta pazienza, mi disse. Ancora tre mesi. Ed io sapevo che era vero, il suo sguardo non mentiva, non mentiva mai. Non c’era più futuro tra noi; solo un presente di giorni che si sciupavano lenti. Ancora tre mesi, mi ripetevo. Ti chiedo perdono.

«… i morti sono morti, ma noi viviamo perché essi non siano annientati, le nostre azioni e le nostre opere possono ispirarsi alla loro condotta o perpetuare la loro memoria, più in là non si può andare». Albert Caraco, POST MORTEM

(Racconto pubblicato sulla rivista SullaQuartaCorda dicembre 2019)

©MimmaRapicano

METAMORFOSI E SOGNI POSSIBILI. Dalle illusioni di Escher al risveglio di Kafka (passando da Dostoevskij)

Metamorfosi: sostantivo femminile. Parola di origine greca: trasformare, mutare forma, cambiare aspetto, cambiamento morfologico e fisiologico tipico di alcuni insetti.

Maurits Cornelis Escher, incisore e grafico olandese, con un maniacale controllo geometrico e matematico del disegno creò un genere artistico personale e inimitabile. Nei suoi progetti gli inganni visivi svelano una realtà che vive della sua stessa impossibilità. Le opere del ciclo Metamorfosi, per esempio, sono narrazioni per immagini: le figure bidimensionali, quadrati, esagoni, ruotano e si trasformano in animali per poi mutare nuovamente in complesse strutture architettoniche. I punti di fuga sono serrati, il ritmo è incalzante, la trappola visiva in cui si è spinti è senza via d’uscita.

«[…] Personalmente mi sono sentito per anni in uno stato confusionale. Poi, però, arrivò il momento in cui mi sentii cadere la benda dagli occhi. Capii che il mio obiettivo non era più la padronanza della tecnica poiché un’altra esigenza era nata in me, la cui esistenza, fino a quel momento, mi era rimasta sconosciuta. Mi vennero delle idee che non avevano nulla a che fare con l’arte grafica, immagini così avvincenti da far nascere in me il desiderio di volerle comunicare a tutti. Ciò non poteva venire espresso a parole, perché non si trattava di pensieri trasferibili in parole ma di tipiche immagini mentali, intelligibili per gli altri solamente attraverso l’immagine visiva […]». 1

Dinanzi alle sue immagini avvincenti si resta incantati e prigionieri come una formica sul nastro di Möbius. Ma Escher non era soddisfatto, quei disegni non s’avvicinavano alle cose che lui vedeva o immaginava si potessero vedere: «Anche se ci sforziamo non possiamo mai realizzare la perfezione che c’è nella nostra mente e che noi, a torto, crediamo di “vedere”. Dopo un certo numero di tentativi, esaurite le nostre risorse, l’immagine da sogno viene trasferita nell’insufficiente forma visiva di uno schizzo […]».1

Ma quegli schizzi, perfetti agli occhi di chi li guarda, per Escher sono il concetto di un’arte irraggiungibile in cui l’artista, come in uno specchio deformato, si sente e si vede costantemente inadeguato. L’artista olandese non si arrende e per non soccombere al mondo dell’impossibilità continua, per tutta la vita, a dar forma ai sogni e alle visioni che da essi scaturiscono.

E di sogno in sogno, alla scoperta di nuove mutazioni, ci si ritrova, direi quasi inevitabilmente, tra le pagine di un racconto: “La metamorfosi” di Franz Kafka. È con la parola che lo scrittore praghese plasma le sue tormentateimmagini mentali. E in questo particolare racconto la visione onirica è decisa, enigmatica, ed ha le sembianze di uno scarafaggio.

«Quando Gregor Samsa si risvegliò una mattina da sogni tormentosi si trovò nel suo letto trasformato in un insetto gigantesco. Giaceva sulla schiena dura come una corazza e sollevando un poco il capo poteva vedere la sua pancia convessa, color marrone, suddivisa in grosse scaglie ricurve; sulla cima la coperta, pronta a scivolar via, si reggeva appena. Le sue numerose zampe, pietosamente esili se paragonate alle sue dimensioni, gli tremolavano disperate davanti agli occhi». 2

Nell’incipit Kafka va dritto al cuore del racconto e l’incredulità di chi legge le prime righe dura poco, la storia di Gregor è talmente irreale e dolorosa che diventa indispensabile continuarne la lettura.

Il giovane commesso viaggiatore, risvegliatosi nel corpo di uno scarafaggio, si chiude nella sua stanza e cerca di sottrarsi alla vista dei familiari, per non spaventarli e perché gli risulta difficile trovare una qualsiasi spiegazione. Ma quando i suoi parenti s’accorgono di quella innaturale metamorfosi ne sono dapprima disgustati e poi disperati. Il nuovo Gregor, se mai quell’essere è davvero il loro congiunto, è irrimediabilmente modificato e alla famiglia Samsa, consapevole che nulla potrà riportarlo com’era prima di quella notte, non resta che adattarsi alla nuova condizione e poco per volta la loro vita riprende nella totale normalità.

Alla ripugnante metamorfosi del protagonista Kafka contrappone il corpo di Grete, sorella di Gregor, che cresce abbellendosi in una dolce trasformazione che alla fine regalerà ai genitori uno spiraglio di luce, una speranza per il futuro.

«Mentre conversavano, il signore e la signora Samsa notarono quasi nello stesso istante, osservando la figlia che si faceva sempre più vivace, come, negli ultimi tempi, – malgrado tutte le pene che avevano scolorito le sue guance – fosse sbocciata trasformandosi in una bella e florida ragazza. Più silenziosi e con sguardi d’intesa quasi involontari, pensarono che fosse ormai tempo di trovarle un bravo marito.  E fu come una conferma dei loro nuovi propositi, che alla fine del tragitto la figlia si alzasse per prima stirando il suo giovane corpo».2

Due corpi in mutazione, piani narrativi diversi, ma che convergono in un unico punto di fuga come se la metamorfosi mostruosa di Gregor fosse necessaria per quella vivacedi Grete. Kafka costruisce un mondo la cui esistenza è possibile soltanto dentro la stanza dove tutto è iniziato. Non si esce mai dalle solide mura del modesto appartamento se non alla fine quando il corpo fanciullesco di Grete reclama la sua trasformazione. Ed è soltanto in quel momento che Kafka porta il lettore all’aria aperta e lo costringe a respirare, magari a porsi domande sul racconto che ha appena terminato.

E se la storia fosse il resoconto di un brutto sogno fatto da Gregor al suo risveglio? E se quel sogno non appartenesse a Gregor ma qualcun altro?

A questo punto, con un’ipotesi personale del tutto azzardata, ho associato il racconto di Kafka ad alcune pagine de “L’idiota” di Fëdor Dostoevskij. Lo scrittore russo, a metà del romanzo, inserisce una minuziosa descrizione di un brutto sogno fatto da Ippolit, uno dei personaggi secondari, sogno che lo lascia terribilmente scosso:

«… ho sognato che mi trovavo in una stanza (ma non era la mia). Questa era più grande e più alta della mia, arredata meglio, luminosa; c’erano un armadio, un comò, un divano e il mio letto, grande e ampio, coperto da una trapunta di seta verde. Ma nella stanza notai un animale terribile, una specie di mostro. Era simile a uno scorpione, ma non era uno scorpione, era talmente ripugnante e schifoso, che, almeno così mi è sembrato, in natura non ne esistono analoghi […]. Io lo guardai con molta attenzione: era un rettile di color bruno, squamoso, ricoperto da un guscio, lungo circa quattro verškì e, vicino alla testa, era spesso due dita mentre verso la coda si assottigliava sempre di più, tanto che la punta stessa della coda non raggiungeva, come spessore, la decima parte di un veršok. Poco discoste dalla testa erano attaccate al tronco due zampe, che formavano col tronco un angolo di quarantacinque gradi, una per parte, lunghe circa due verškì, di modo che, dall’alto, l’animale poteva sembrare simile a un tridente. Non osservai la testa, ma vidi due antenne, non lunghe, che avevano l’aspetto di due aghi, anch’esse di color bruno. […] La bestia correva veloce per la stanza, poggiando il corpo sulla coda e sulle zampe, e quando correva, si torceva come un serpente con incredibile agilità, nonostante il guscio, ed era estremamente disgustoso guardarla. […] L’animale si nascondeva sotto il comò, sotto l’armadio, strisciava in tutti gli angoli. […] All’improvviso sentii dietro di me, quasi vicino alla testa, un fruscio stridente; mi girai e vidi che il rettile si stava arrampicando sul muro ed era ormai all’altezza della mia testa e sfiorava persino i miei capelli con la coda, che ruotava e si torceva con incredibile rapidità. […] Entrarono nella stanza mia madre e una sua conoscente. Cominciarono a dar la caccia al rettile, ma erano più tranquille di me, come se non avessero paura. […] Allora mia madre aprì la porta e chiamò Nora, la nostra cagna, un enorme terranova, nero e arruffato, morto cinque anni fa. Questa entrò di corsa in camera e si arrestò di colpo davanti al rettile, come impalata […]. Norma lo guardava in modo incredibilmente feroce, anche se tremava in tutte le sue membra. All’improvviso mostrò in modo cauto i suoi denti terribili, aprì le sue fauci enormi e rose, prese la mira, studiò la situazione, si risolse e d’un tratto afferrò con i denti il rettile. […] Norma lo afferrò, […] per ben due volte, con le sue fauci lo fagocitò quasi, tanto da sembrare che lo stesse inghiottendo. Il guscio scricchiolava sotto i suoi denti […]. il rettile schiacciato si agitava ancora […] sulla lingua della cagna una quantità considerevole di liquido bianco, simile a quello che producono gli scarafaggi neri, quando vengono schiacciati… […]». 3

Nel sogno di Ippolit, giovane malato e prossimo alla morte, non vi è nessuna metamorfosi, l’animale mostruoso che appare all’improvviso nella stanza forse non è altro che l’orrore e la paura per la fine imminente.

Kafka, invece, inverte le parti e di quell’animale mostruoso ne fa un personaggio. È lo scarafaggio a portare il lettore dentroil racconto, a mostrargli il mondo così come lo vedono i suoi occhi, lo trascina sul muro o sotto il divano, lo tiene al suo fianco quando s’affaccia alla finestra di casa in cerca di una risposta, di una possibile via d’uscita. Insomma, la metamorfosi immaginata da Kafka è crudele e mistica allo stesso tempo.

Forse l’associazione tra il racconto di Kafka e il sogno descritto da Dostoevskij nel suo romanzo è soltanto frutto di un’ingenua teoria di chi ha redatto questo articolo; o forse, come sostiene Gesualdo Bufalino, «[…] uno scrittore, nell’atto in cui legge, dichiara, più o meno, una guerra d’amore e di rapina al libro che sta leggendo, e non smette di chiedersi sottovoce quanto in esso c’è da sottrarre o da restituire, e se alla fine egli dovrà sentirsene creditore, debitore, usurpatore»4.

Alla fine cosa importa se Kafka per il suo racconto si sia ispirato o no a Dostoevskij, in ogni caso una mutazione è avvenuta e chissà quanti altri si saranno ispirati alla storia di Gregor Samsa per trasformarlo ancora. In letteratura, e nell’arte in generale, c’è sempre chi sottrae e chi restituisce, però bisogna essere menti geniali per restituire con assoluta e indiscussa originalità ciò che si è eventualmente usurpato.

  1. Maurits Cornelis Escher, Grafica e disegni (Benedik Taschen, Berlino 1990)
  2. Franz Kafka, La metamorfosi (Newton Compton editori, Roma 2011)
  3. Fëdor Dostoevskij, L’idiota (Oscar Mondadori, Milano 2010 – traduzione di Eugenia Maini ed Elena Mantelli)
  4. Gesualdo Bufalino, Gide lettore di Dostoevskij (in Cere perse – Sellerio, 1985)

©MimmaRapicano2020

(articolo pubblicato il 17 gennaio 2020 sul blog Formicaleone)

« Articoli meno recenti Articoli più recenti »

© 2020 Hiporabundia

Tema di Anders NorenSu ↑