«[…] io sottoscritto, Teodoro Maria Baseggio (non più tanto giovane, ma comunque sano di mente e di corpo), finalmente mi sono fatto coraggio e, impugnata una penna, ho dato voce ai fantasmi della mia schifosissima infanzia abusata e tradita».

“sillabario dell’amor cridele”
francesco permunian
chiarelettere,
giugno 2019

È la scrittura, minuta e acuminata, di Francesco Permunian a dare vita al singolare sillabario-confessione in cui Teodoro Maria Baseggio racconta, a un ipotetico lettore e forse anche a sé stesso, alcuni dolorosi dettagli della sua infanzia. Nano come uno sgorbio di natura, a otto anni Teodoro viene abbandonato dai genitori, che non accettano la sua deformità fisica, nell’orfanotrofio Santa casa dei trovatelli. 

Anabasi è la prima parola del Sillabario e fin da subito Permunian disorienta chi legge. Egli ribalta la concezione del male, il mondo osceno e corrotto descritto nel romanzo non richiede una discesa agli inferi, come ci si aspetterebbe, ma una risalita. Al lettore, dunque, il compito di seguire la tortuosa ascesa di Teodoro e ascoltare dalla sua voce, come si ascolta la parola divina, i racconti delle violenze subite da lui e dai bambini dell’orfanotrofio da parte di preti e monsignori. 

Una storia crudele, sì, ma necessaria. Come necessario sarebbe stato l’occhio vigile di Dio sulla vita degli innocenti che affollano il romanzo. Invece, in queste pagine Dio è un’inquietante figura malinconica, prigioniero della sua funesta solitudine. E dinanzi a quel formidabile teatro dell’assurdo da lui stesso creato, non può far altro che battere le mani, un isterico applauso cosmico devastante per chi lo ascolta.

Di lettera in lettera il Sillabario acquista forza, e su questo assurdo proscenio, oltre alla vita del nano Baseggio, si alternano altre storie, altri personaggi i cui corpi trasudano santità e perversione, storie bizzarre fino all’inverosimile. 
Come quella dei Cristiani auricolari che “si rifanno a un’antica corrente di pensiero secondo la quale il concepimento di Gesù Bambino da parte della Madonna sarebbe avvenuto per aurem, ossia attraverso un orecchio”, (Otite, p. 86)
O quella della zitella Mabilia, che in chiesa sente una voce, “un tono caldo e virile […]. Non era né di uomo né di donna”, e quella voce le dona una Gioia Perfetta tanto potente da regalarle il primo orgasmo (Pane, p. 93). 
C’è poi Settimino Gualtieri il quale afferma di avere un terzo occhio proprio in mezzo alla fronte, una crepa luminosa, “Un occhio speciale col quale posso vedere attraverso la pelle delle persone, ah, sapessi quante sorprese mi ha riservato…”, (Occhio, p. 83)
E che dire della perversione di don Plauzio che fa succhiare una caramella alla vaniglia a Teodoro prima di obbligarlo a una fellatio? (Caldo, p. 26).

Tra lacrime, risate e applausi, Francesco Permunian mette in scena un’orrifica commedia in cui la vita non è altro che fango e follia.

“Ogni amore si riduce prima o poi in cenere e piscio”, afferma sconsolato Teodoro. Eppure, in un mondo così squallido, egli trova dei sinceri compagni in alcuni barboni: “Gli unici esseri al mondo tra i quali mi sono sempre sentito accettato per quello che sono, un misero nano cresciuto in un orfanotrofio di provincia; gli unici compagni di sventura nei cui occhi io non ho mai ravvisato il benché minimo sguardo di compassione o di derisione. Le uniche persone oneste e sincere […]”. Forse il mondo non tutto è marcio e qualcuno da salvare o da cui farsi salvare ancora esiste.

Il nano Baseggio con gli anni ha imparato ad aguzzare la vista, drizzare le orecchie e ad annusare il trascorrere del tempo. Un tempo che lui, oramai vecchio e solo, passa sempre più spesso seduto sulla panchina della stazione del suo paese. 
“La conclusione è che dopo tanti anni che assisto alle partenze e agli arrivi dei treni, finalmente ho appreso il segreto della difficile arte di attendere l’ultimo treno”.

A me piace immaginare che su quell’ultimo treno, tutte le nostre disgrazie, le sofferenze e le paure che nel tempo abbiamo inciso nella pelle esploderanno in una cosmica risata di commiato.
Il sipario cala, il teatro si svuota, silenzio. La recita è finita.

Ma prima che il sipario cali, consiglio di leggerli tutti i romanzi di Francesco Permunian. Oltre gli schemi e le mode editoriali del momento, si potrà apprezzare un severo e autentico modo di fare letteratura comune soltanto agli spiriti liberi, “ai ladri del fuoco che portano fra gli uomini il segreto della cenere” (G. Bufalino).

©MimmaRapicano_2019