“Nella vita pratica il tempo è una ricchezza di cui siamo avari; in letteratura è una ricchezza di cui disporre con agio e distacco: non si tratta di arrivare prima a un traguardo stabilito; al contrario l’economia di tempo è una buona cosa perché più tempo risparmiamo, più tempo potremo perdere. La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte.”
(Italo Calvino, Rapidità in Lezioni americane)

Il tempoe la rapidità dello stile, come afferma Calvino nelle Lezioni americane, sono indispensabili per una buona narrazione. Un bravo scrittore sa come gestire il tempo: lo dilata o lo velocizza fino allo sfinimento del lettore. Io appartengo alla schiera di quei lettori che si lasciano sfinire con grande entusiasmo, ai quali non importa se lo scrittore è alto o basso, magro o grasso, se ha il naso storto o lungo e irriverente. Quel che conta è la meraviglia della sua opera.

Quando scelgo un romanzo da leggere non so mai cosa riceverò in cambio. È amore senza speranza, devozione e disciplina, un continuo andirivieni in mondi convergenti e paralleli. A volte seguo la storia da lontano, rannicchiata sul terrapieno predisposto dallo scrittore. Altre vengo, spinta in acque profonde, precipito, e ce ne vuole per risalire in superfice.

Qualche anno fa lessi le Lezioni americane per avvicinarmi alla scrittura, ma se c’è una cosa che ho compreso bene è che prima di scrivere bisogna leggere tanto, esageratamente. E più mi avvicino ai classici della letteratura più la mia penna incespica e si blocca.

Le Lezioni americane non sono soltanto un testo sulla scrittura, ma la scrittura stessa, lungimirante e sempre nuova. Perché scrivere è anche guardare oltre, immaginare il futuro, proprio come ha fatto Calvino: “in un’epoca in cui altri mediavelocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano d’appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso in quanto è diverso, non ottundendone bensì esaltandone la differenza, secondo la vocazione propria del linguaggio scritto.”  (Italo Calvino, Rapidità).

Eccoci giunti, signor Calvino, al continuo divenire del nuovo millennio in cui la maggior parte dellecomunicazioni, così come lei aveva previsto, sono uniformi, sì, ma anche rapidissime e sovrabbondanti. La scrittura, sotto forma di pensierini, ha perso la complessa ricercatezza di ieri. Sempre più spesso ci si esprime con parole ed espressioni di una spaventosa superficialità. Sempre più spesso si utilizza il tempo per scrivere e non per leggere. Peccato.

Viviamo un presente che cambia faccia e direzione, ogni cosa (che sia interessante o stupida) deve essere necessariamente condivisa, esistiamo soltanto se la nostra presenza nel mondo virtualeè assidua e costante. E se non ci siamo? Be’, siamo out, fuori, esclusi, caput! È tutto così maledettamente veloce che si è perso il controllo sulla qualità e, azzardo, sul vero senso della scrittura.

“La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là d’ogni possibilità di realizzazione. Solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione.” (Italo Calvino, Molteplicità).

Ecco scovato il terribile equivoco. Agli obiettivi smisurati della letteratura, di cui parlava Calvino, abbiamo rimpiazzato lo smisurato “ego collettivo” dei nostri tempi. Tutti siamo unici e originali, ma soltanto nello stesso istante e allo stesso modo. E nel rizoma infinito della Rete spuntano opinioni, intimi avvenimenti da difendere ad ogni costo. L’iosopra tutto e tutti.

«… l’io, io! … il più lurido di tutti i pronomi! … I pronomi! Sono pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora… ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona» (Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore).

Sotto lo scorrere delle nostre dita che pigiano tastiere o i lisci display degli smartphone, sempre più storie, più verità, più parole si trasformano in pidocchi. Chissà cosa avrebbe pensato l’ingegner Gadda leggendo i lamentosi post su Facebook dei tanti scrittori e scrittrici incompresi; e Morselli cosa avrebbe scritto sulla bacheca di Calvino che non gli volle pubblicare i romanzi? Per fortuna il chiacchiericcio sulla moderna pseudo letteratura marcisce e svanisce presto.

Scrivere meno e leggere di più. Sarà il mio mantra per i prossimi mesi, forse per i prossimi anni. Perché mi sono chiesta cosa mi spinge a leggere, cos’è questa necessità di cui non riesco a liberarmi. La risposta, come sempre, l’ho trovata in un libro oramai introvabile di Gesualdo Bufalino –Cere perse– che, a mio avviso, dovrebbe essere subito ripubblicato dall’editore Sellerio e, soprattutto, dovrebbe essere letto dai novelli scrittori e dai futuri lettori.

“In principio fu il Verbo, dicono. La parola correva docile dal labbro all’orecchio senza tramiti e sensalie. Il parlante – prete, sibilla, aedo, fool, favoleggiatore – s’imponeva all’uditorio con l’esuberanza dei suoni e dei gesti, con l’odore carnale della presenza. […]
Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Forse fu un male: la volta che, sotto forma di mela, fu introdotto nell’Eden l’abbeccedario, una garanzia d’innocenza s’interruppe, la parola fu imprigionata in un segno […]” 
(Gesualdo Bufalino, Leggere, vizio punito in Cere perse).

Ed è quel segno che tormenta da secoli, in una fraterna solitudine, scrittori e lettori “[…] fra questi due silenzi una festa nefasta cominciò a celebrarsi, un velenoso ludibrio dell’immaginario. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità smise di ascoltarle in cordiale assemblea e si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. […]” (Gesualdo Bufalino, Op. cit.)

Sì, ora lo so, leggere è un vizio che non avvizzisce. Leggere è il piacere di perdersi cento volte e ritrovarsi, cresciuta o rimpicciolita, dopo cento giravolte.
Ed io ho letto sulle panchine delle stazioni in attesa di un ossuto cavaliere per combattere insieme a lui i mulini a vento. Ho letto sulla poppa di una nave che solcava un mare di blatte in cerca di una balena bianca per poi ritrovarla imbalsamata nella nebbiosa piazza di una città ungherese. Ho letto sorvolando le strade di San Pietroburgo in compagnia di due ragazzine in cerca di libri perduti, ma soprattutto leggo per “[…] mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie.” (Gesualdo Bufalino, Op. cit.).

©MimmaRapicano2020

(articolo pubblicato il 24 settembre 2019 sul blog Formicaleone)