MELANCOLIA DELLA RESISTENZA

Vorrei fare di certi romanzi il mio sacro monolite, poter ricordare a memoria ogni parola, ogni pensiero donato dallo scrittore all’umanità tutta. Ma la mia memoria è fragile, è debole e ciò che resta è una sensazione di inadeguatezza.

MELANCOLIA DELLA RESISTENZA, dello scrittore ungherese László Krasznahorkai, è un romanzo che merita un posto speciale nell’Olimpo della Letteratura. Dopo averlo letto mi è venuta il folle desiderio di ricopiare i passaggi più intensi – e ne sono davvero tanti –, quelli che ho riletto più e più volte per la loro smisurata bellezza. È arte, mi sono detta, e dinanzi all’arte tutto il resto è inutile, superfluo.

Il romanzo di László Krasznahorkai non è solamente la dolorosa metafora di un’invasione (l’Unione Sovietica che nel 1956 invase l’Ungheria) ma è lo specchio dentro cui si riflette la frustrazione e la disillusione di chi ha visto cancellata ogni certezza. Il bene e il male si fronteggiano, danzano con gli eventi, e ogni cosa è travolta dall’inevitabile crollo.

MELANCOLIA DELLA RESISTENZA inizia con un lento viaggio in treno, un astuto espediente dell’autore per condurre il lettore al centro del romanzo. La signora Pflaum ritorna nella sua piccola città ma è costretta ad affrontare un viaggio disastroso, disagevole, fatto di strani e pericolosi incontri che lasciano percepire quella che sarà poi l’atmosfera che attende il lettore: […] l’ordine delle abitudini non era più indiscutibile, la confusione avanzava inesorabilmente in tutte le direzioni sconvolgendo la normale quotidianità, il futuro appariva insidioso, il passato lontano e dimenticato, mentre il normale corso delle giornate era talmente imprevedibile che la gente si era arresa […].

La città dove giunge il lettore insieme alla signora Pflaum è vittima di un misterioso declino e il disfacimento è visibile, reale. Anche le condizioni meteorologiche non sembrano più le stesse, il gelo dell’inverno prevale sulle temperature delle altre stagioni, il freddo sembra essere la condizione naturale per la vita, perché niente come l’inverno rende la vista chiara, raffredda le passioni ingovernabili e riporta ordine nella massa confusa di pensieri sciolta dai bollori dell’estate.

Il lettore segue la signora Pflaum nel suo appartamento, qui inizia un’attenta e minuziosa descrizione della vita sperduta di una donna che cerca di riempire il vuoto della sua grigia esistenza facendo ricorso a oggetti di nessun valore, paccottiglia come portaspazzole, centrini di pizzo, posacenere a forma di cigno, velluti, tappeti persiani sintetici […].

La narrazione arriva per gradi a quello che, in fondo, è il vero cuore pulsante di tutto il romanzo, il secondo e corposo capitolo intitolato Le armonie di Werckmeister. Qui, come una corsa a staffetta, Krasznahorkai passa da un personaggio all’altro, e ogni nuova voce rappresenta una diversa visione delle condizioni straordinarie che coinvolgono gli abitanti della piccola città e forse del mondo intero.

Ma il mondo è una forza indifferente, una svolta amara, dice uno dei personaggi principali, il maestro György Eszter, un posto insensibile e sciatto. Da un mondo così fatto bisogna scappare per evitare ogni contatto, per non farsi deturpare dalla sua brutalità. È chiaro che György Eszter, pur consapevole della sua condizione di pessimista cronico, è alla ricerca di una perfetta armonia, la sola che può dominare e salvare l’universo e tutte le cose. Ma l’armonia perfetta non esiste, è irraggiungibile. Quello che esiste, invece, è la natura ignobile dell’animo umano, il suo essere buono, cattivo, sognatore, calcolatore, viscido approfittatore. György Eszter non può decidere il suo destino e alla fine è travolto, colpevole e condannato per la sua inerzia.

Un altro personaggio importante è Valuska, l’ingenuo postino che con i suoi “puri” pensieri fa da contraltare al Male, lui sembra vivere nell’invulnerabilità di un istante eterno, e i suoi istanti sono pieni di luce e speranza, con l’animo perso nell’incurabile bellezza del suo cosmo personale.

Il maestro Eszter, invece, vive nella sua cupa visione del mondo e degli uomini che lo abitano, per lui la natura aveva smesso di funzionare regolarmente, il fraterno legame che era sempre stato tra Terra e Cielo si era spezzato. E lui, il maestro, sceglie di riposarsi a oltranza, senza mai più alzarsi, per non sprecare neanche un istante, perché sapeva, lo sapeva anche distendendosi nel letto, che per rimettersi dalla fatica accumulata sopportando “tonnellate di sciocchezze, cretinerie, ottusità, cafonaggine, idiozia, volgarità, brutture, degenerazione, ignoranza, stupidità, qualunquismo” non sarebbero bastati cinquant’anni di ozio totale. Ma l’ozio totale non riuscirà a salvarlo o a tenerlo lontano dalla dilagante stupidità umana per vivere il resto dei suoi giorni in perfetta armonia con sé stesso. Anche lui, come accadrà a Valuska, sarà costretto a soccombere ad amari compromessi e inaspettate scoperte.

L’arrivo in città di un circo con il suo misterioso carico, una enorme balena imbalsamata, stravolge la vita e i pensieri dei suoi abitanti. Il circo è seguito da una strana folla, loschi figuri, che cresce di città in città, uomini che restano immobili, fuori dall’immenso carro che ospita il mostro marino. Essi restano lì in attesa dell’evento straordinario, di un richiamo o di un comando. Ma alla fine la balena si rivela per quello che è: la carcassa di un animale morto. La balena è la magnifica illusione che ha preso il potere, il cavallo di troia che nasconde altri scopi, altri misteri.

Il romanzo andrebbe letto tutto d’un fiato, senza fermarsi mai e con gli occhi puntati sulle pagine in attesa che la Verità sia rivelata. Krasznahorkai, con uno stile di scrittura serrato e senza interruzioni, ha dato intensità alla storia, la tensione dei fatti raccontati viene percepita dal lettore che avverte la sofferenza dell’autore, la sua personale denuncia verso tutti i regimi totalitari.

Ma bisogna arrivare fino alla fine del romanzo per capire qual è il vero volto delle cose perché erano crollate le mattine e i pomeriggi, le sere e le notti, e tutto ciò che fino al giorno prima aveva funzionato in un equilibrio apparentemente eterno, delicato e impercettibile – come una silenziosa dinamo –, all’improvviso aveva assunto un significato crudo, glaciale, ripugnante e severo, ma allo stesso tempo di una chiarezza sobria ed edificante […] le strade non portavano più da nessuna parte, perché tutte le vecchie brecce, le aperture, le porte erano state murate davanti al ‘viandante delle nuvole’, in modo che il convalescente trovasse più facilmente gli “ingressi nel mondo spaventoso della realtà”. […]

La lettura è piena di piccole rivelazioni che destabilizzano come solo l’arte sa fare. Non c’è però consolazione perché l’arte non consola, non lo fa mai.

Si deve faticare parecchio per riuscire a seguire Krasznahorkai nel suo lungo e malinconico viaggio nell’esistenza umana, perché ciò che l’autore narra non ammette distrazioni o benevoli ammiccamenti.

Ricuso il pensiero […] per quanto mi riguarda, rinuncio al pensiero libero e lucido in quanto fatale sciocchezza, ripudio d’ora in poi la ragione, per dedicarmi esclusivamente alla gioia inesprimibile della rinuncia, a nient’altro, […] basta affanni, vivrò nel silenzio, nel perfetto silenzio.

Alla fine del romanzo ogni cosa è finalmente compiuta proprio come doveva essere compiuta.

***

Una nota. Dal capitolo Le armonie di Werckmeister è stato tratto il film omonimo del regista ungherese Béla Tarr.  l film è girato interamente in bianco e nero e l’assenza del colore è la scelta necessaria per esaltare i dialoghi e dare corpo alle atmosfere surreali mettendo in primo piano la parola e non l’immagine. Un film assolutamente da vedere ma dopo aver letto il romanzo, ovviamente.

MELANCOLIA DELLA RESISTENZA, László Krasznahorkai – Bompiani 2018

©MimmaRapicano-2018

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