DOVE STO ANDANDO

Apro l’armadio e tiro fuori ogni cosa, giacche, pantaloni, maglioni, mutande. Gli abiti ammucchiati sul letto formano una soffice montagna, la fisso e penso che non riuscirò a mettere tutto nelle valige. Allora vado al supermarket dei pakistani sotto casa, sempre aperto dalle nove del mattino fino a mezzanotte, e chiedo dei cartoni vuoti. I cartoni puzzano o profumano, dipende dai punti di vista, dipende dal naso. Una volta giunto a destinazione, mi dico, laverò ogni cosa ma è molto probabile che continuerò a indossare abiti dal chimico profumo di violetta e candeggina.
Nei cartoni Alba lavatrice, Ajax, Mastro Lindo ho imballato anche i libri che avranno per mesi quell’insopportabile odore di detersivo. Ma i libri non si lamenteranno, i libri sono contenitori di storie e folli teorie filosofiche: Dio esiste, Dio non esiste, Dio è un cavallo di bronzo. Se fossero vivi, cioè cose che pensano e agiscono, credo che i libri si rifiuterebbero di contenere tante stronzate e reagirebbero in qualche modo. L’ammutinamento dei libri creerebbe un mondo nuovo, altro che Dante e il suo inferno, purgatorio e paradiso.
I miei libri non sbufferanno se nella nuova casa ci sarà meno luce e più umidità o se saranno sistemati su vecchie e polverose librerie. I miei libri sono il peso specifico di anni di letture a volte sbagliate, a volte inutili. Meglio sarebbe stato non aver mai letto, meglio se Michele non mi avesse mai portato in una libreria a scoprire trame, personaggi e architetture sintattiche.
Michele ha reso la mia vita felice e bizzarra. «Con i libri potrai andare ovunque. Ogni storia è un sentiero di voci e ogni voce ha più volti da mostrare e più cose da raccontare. Il viaggio è imprevisto e doloroso, dipende da quanto vuoi andare a fondo. E non è questione di parole, quelle son bravi tutti a metterle in fila, è questione di fiducia. Sarai solo tu e lo scrittore mentre i personaggi danzeranno per voi, per voi solamente. È uno stato di grazia divina» mi diceva commosso. Ed io, imbecille, ho creduto alle parole di Michele. Ci ho creduto così tanto da dimenticare il mondo intorno a me. Ma ora tutto ciò non importa più perché dove sto andando non ci sarà più tempo per i romanzi e le assurde teorie filosofiche.
Dove sto andando le campane hanno smesso di suonare e senza il din-don-dan quotidiano regnerà un vellutato silenzio. Le chiese, lì dove sto andando, sono vuote cupole d’incenso, sono così desolate che i preti hanno abdicato e i pochi fedeli rimasti hanno deciso che pregare, in fondo, non era poi così necessario.
Nei cartoni ho messo anche qualche rimpianto e un po’ di nostalgia. In questo angolo di città dentro la città ci ho abitato quattro anni come un profugo in attesa della sua destinazione. Amicizie vere non ne ho fatte, poche e scialbe chiacchiere con lo sfaccendato portiere, ogni tanto un saluto all’artigiano di maschere di fronte al palazzo, buongiorno, grazie, prego, buonasera anche a lei. Avevo così tanti sogni per la testa che mi sono dimenticato di viverci qui.
Quando mi trasferii, in questo angolo di città dentro la città, ero convinto che il caos avrebbe giovato al mio umore e ai rapporti umani. Speravo di stringere amicizie solide e durature, immaginavo strette di mano, abbracci e magari una donna con cui passare il resto della vita. Cin-cin son passati quattro natali e tre resurrezioni. Ma il cambiamento non è arrivato o meglio sono io che non ho fatto nulla perché accadesse qualcosa. La verità è che la mia casa era troppo calda e accogliente e agli altri non ci ho più pensato. Mio fratello Michele mi consigliò di scrivere per passare il tempo: «Magari, – diceva, – riesci finalmente a capire dove vuoi andare e se hai del talento verrà fuori in ogni caso». Così ho dato voce ad amici immaginari, alcuni hanno un nome mentre altri sono sagome sbiadite e già lontane.
Una sera Michele mi ha spiegato la sua complessa teoria sulla necessità di narrare. «Bugie, – diceva, – grandi bugie sono state dette sulla scrittura». Siamo stati a parlare una notte intera anche se io non ci ho capito molto perché lui è un intellettuale tosto, di quelli che sembrano volare anziché camminare. Lui è un Vero Scrittore mentre io, cazzo, io sono solamente uno che cerca di far passare il tempo in attesa della sua destinazione.
Domani i traslocatori caricheranno tutti i miei cartoni Alba lavatrice, Ajax, Mastro Lindo e qualche valigia su un piccolo furgoncino, tanto è poca roba mi hanno detto. Eppure, in quella poca roba c’è tutta la mia vita.
La casa che mi aspetta è meno calda e accogliente. Torno lì dove mia madre mi diede alla luce sul tavolo della cucina. Sullo stesso tavolo dove tutti noi mangiavamo rabbia e indifferenza. Mangerò e vomiterò su quel tavolo dove mia madre mi diede la vita.
«Tempo, – dice Michele, – datti del tempo perché nulla è eterno e la ruota gira e girerà anche per te». Lui parla, io resto in silenzio.
Quest’ultima notte brinderò con del buon vino e canterò alla luna, alle pareti di tufo, alle croci e ai gabbiani.
«Non spaventarti, – mi ha detto Michele, – non sei uno che torna, adesso sei un altro, sei lo stronzo a cui voglio bene, sei quello che leggo nei racconti. Avrai un mondo più grande delle quattro mura che ti staranno intorno. Ed io ci sarò». Voglio bene a Michele e a pensarci è una di quelle cose che non gli ho mai detto.
Dove sto andando non ci sono strade e l’orizzonte è una linea tracciata a matita sulla carta da parati. È la fine dei giochi, game over, almeno per ora.
Michele ha ragione, non smetterò di scrivere, perché scrivere è far finta di essere vivo e io voglio ancora raccontare che menzogna è la vita, la mia vita, qui e ora.

©MimmaRapicano–novembre-dicembre2017

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