VITO

Il furgone Mercedes-Benz Vito era nero metallizzato, senza un filo di polvere o una qualsiasi traccia di sporco, come appena uscito dalla concessionaria. Un bel modo per fare l’ultimo viaggio, pensai. In quell’improvvisato corteo la nostra utilitaria non era la sola a seguire il furgone, ci precedeva un enorme SUV e altre due auto chiudevano la piccola processione.
In auto eravamo in cinque, io l’unica estranea della famiglia. Monica, la mia migliore amica, mi aveva chiesto di accompagnarla e di starle vicino. Tre giorni prima avevo ricevuto la sua telefonata: «È morto! È morto mio padre!» aveva urlato singhiozzando prima di riattaccare. Quella sera stessa presi il primo treno per Napoli e due ore dopo ascoltavo il racconto di ciò che era successo nell’ultima settimana, di come lei aveva affrontato la confusione, i medici, la disperata corsa in ospedale, l’agonia del padre e l’aver dovuto invadere per forza e senza permesso la sua intimità.
Io e Monica siamo cresciute insieme, fianco a fianco, diverse in tutto ma legate da un profondo affetto che a volte ho temuto andasse ben oltre la semplice amicizia. Lei mi chiama anche per le decisioni più banali o solo per raccontarmi la sua giornata. Mi ripete spesso che le sono indispensabile e che mi vuole bene mentre io, poco incline ai sentimentalismi, le rispondo con un secco idem. Io non pronuncio mai le parole bene e amore perché sono parole piene di attesa, di possibili equivoci e malintesi. Alle abusate e vuote espressioni d’affetto preferisco l’intensità di un abbraccio, l’intimità del silenzio ai rumorosi fraintendimenti.
Nell’auto che seguiva Vito si parlava del più e del meno, si cercava un qualsiasi appiglio alla normalità, come se a nessuno importasse quello che era appena successo. I discorsi, seppur vaghi, erano carichi di tensione e l’auto uno spazio troppo stretto per contenere noi e l’angoscia che ci portavamo dentro. Monica guardava fuori dal finestrino, era nervosa e faceva lunghi respiri per non cedere alle lacrime. Erano state troppe, si rimproverava, Eppure necessarie, le dicevo io. «Quando finisce tutto questo?» mi domandò. «Mai!» le risposi con la mia solita freddezza. Lei non sembrò irritata dalla mia risposta e si voltò nuovamente verso il finestrino, la vidi persa, gracile e indifesa nel suo stropicciato vestito di lino bianco.
Il viaggio fino al centro di cremazione fu interminabile. Il fuoco, pensai, avrebbe divorato ogni parte del corpo di suo padre, niente più braccia, gambe, faccia, capelli, mani, occhi. Occhi, mani, capelli, faccia, gambe e braccia si sarebbero ricomposti in cenere finissima che raccolta in un’urna sarebbe stata riposta nel loculo di famiglia, abbellito con foto e fiori freschi ogni domenica.
Al cimitero bisogna andare ogni settimana, pulire la lastra di marmo e starsene lì con le sedie pieghevoli a vegliare il defunto. Ci sono le tradizioni da rispettare, raccontavano le nostre madri che in fatto di obblighi verso i morti ne sapevano più di noi. Anche loro erano state amiche, cresciute sullo stesso ballatoio di un rione popolare alla periferia di Napoli. Da piccola me le immaginavo invecchiare insieme, braccio a braccio a passeggiare nei giardinetti del rione e magari andare a messa la domenica, e tornare a casa con un cartoccio di dolci. Ma il destino le ha separate. Un destino che non ha nulla a che fare con la morte. Mia madre ci lasciò, marito e tre figlie, per un vecchio e folle amore di gioventù. Sparì una mattina di agosto portando con sé alcuni ritagli di stoffa presi dai nostri vestiti, i miei e quelli delle mie sorelle. Non saprò mai cosa significarono per lei quei pochi centimetri di tessuto, né quale fu la sua vita dopo di noi. L’unica cosa che so per certo è che per me fu difficile superare l’abbandono di mia madre e il tradimento di mio padre quando si risposò un anno dopo. Crescendo ho seppellito l’abbandono e il tradimento nel mio camposanto privato, niente foto o fiori e nessuna tradizione da rispettare.
Finalmente, dopo un viaggio di due ore, la nostra utilitaria si fermò nell’ampio parcheggio del crematorio. Scendendo dall’auto sentii un forte odore di bruciato, zaffate pungenti e nauseanti. Mi venne da vomitare. Mi trattenni. Vito si fermò all’ingresso principale del centro di cremazione. L’impiegato delle pompe funebri ci fece accomodare in una sala ampia e piena di luce ma con un incessante via vai di gente. Le persone che uscirono dall’enorme SUV, invece, entrarono in una sala privata. Capii che erano persone di un gradino sociale più alto del nostro. Bastava guardarli per rendersene conto. Le donne, bellissime ed eleganti in abiti di seta neri, con scarpe e borse griffate, gli uomini in completi grigio scuro e cravatte bordeaux. E tutti si voltarono ad ammirare la sfilata regale, qualcuno rise, altri accennarono istintivamente un inchino.
L’impiegato delle pompe funebri aprì il portellone del furgone. Dentro vi erano quattro bare e tra queste ne spiccava una più grande delle altre in mogano scuro con un crocifisso dorato che impreziosiva la parte superiore, e sui lati luccicavano delle massicce maniglie di ottone. Dei ragazzi in tuta da lavoro la tirarono fuori dal furgone, l’appoggiarono su un carrello e la spinsero nella sala privata. Che buffo, pensai, ostentare ricchezza anche ora, come se fosse possibile distinguersi da tutto il resto. Eppure anche quella bara e il suo contenuto sarebbe diventata cenere e chissà cos’altro.
Arrivò il nostro turno. La bara del padre di Monica, semplice e senza nessun abbellimento, fu piazzata davanti a noi. Tutti toccammo il legno in segno di saluto, anche se è illogico parlare di saluto se dall’altro lato nessuno può più risponderti. Ma essere irrazionali, in certe occasioni, fa meno male che pensare a come stanno le cose. Ci spiegarono il processo di cremazione e ci mostrarono il monitor dal quale avremmo potuto vedere la bara entrare nell’inceneritore. Furono versate altre lacrime e poi, complice la stanchezza e il caldo insopportabile di giugno, ci fu un crescendo di malumori e incomprensioni. Monica ebbe un crollo nervoso e per un banale equivoco iniziò ad inveire contro il marito, le sorelle, me e il mondo intero. Nessuno riusciva a calmarla e fummo costretti a portarla via da lì mentre sedute al bar del crematorio le signore dagli abiti di seta guardavano, disorientate e forse divertite, la crisi isterica di Monica e il nostro palese disagio.
Il viaggio di ritorno fu mesto e silenzioso. La piccola utilitaria procedeva lentamente, come se non avessimo più alcuna destinazione. Sembrava una caverna in movimento in cui adesso sentivo l’eco dei nostri respiri. Il pianto di Monica era pallido, il suo viso velato e stanco e stanche erano anche le sue mani mentre cercavano di strappare dei pezzi di stoffa dal vestito di lino bianco. Era la prima volta che non sapevo cosa fare e ogni mio pensiero era così banale come banale, in quel momento, mi appariva la morte e la vita stessa. Mi scoprii fragile e impotente perché non conoscevo parole capaci di aprire un varco nella disperazione della mia migliore amica.
Guardai fuori dal finestrino e dall’altro lato della carreggiata, in direzione opposta, vidi un furgone Vito nero metallizzato seguito da quattro auto. Quell’immagine mi fece sorridere e pensai alla circolarità dell’esistenza, alla gioia e al dolore così necessari per vivere e morire sazi di giorni.
Mi voltai e incrociai lo sguardo di Monica, anche lei sorrideva. Nei suoi occhi c’era una luce debole e delicata e per un attimo vidi il suo dolore arrendersi e diventare più tollerabile. Ma la mia era solo una speranza.

(Racconto pubblicato sulla rivista online Il Colophon – dicembre 2017 – ©MimmaRapicano)

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