«È arrivata la fine del mondo. Nonsonopronto!». Urla mio marito. Questa faccenda del virus coronato e del mondo che s’è fermato ha cancellato quell’unico frammento di razionalità che ancora gli restava.

«Non posso morire ora… io devo… Sì, devo. È necessario, è per quelli dopo, dopo di me. Ma ci sarà un dopo?» mi chiede asciugandosi una lacrima.

Indossa la vestaglia color verde smeraldo, sotto la vestaglia il pigiama blu a pois bianchi, il mio preferito. I piedi nudi sono pallidi rami secchi. Li bacio come se fossero quelli di un santo.

Corre da una stanza all’altra, parla da solo, poi all’improvviso agita le mani afferra e tira a sé qualcosa, qualcosa che io non vedo. Si contorce tutto, pare modificarsi, divenire altro. Il mostro è tornato a chiedergli il conto.

«Devo finire il mio strafottutissimo saggio sull’elettrodinamica quantistica, percezione, luce, materia… Ma l’onda vuole fermarmi. L’onda, capisci? ». Mi scuote, ha la bava alla bocca. Attento! La cornice è fragile, potresti romperla. Asciugo le sue labbra con un fazzoletto, gli metto sulla lingua una pillola poi la spingo in gola, lui stringe il mio dito tra i denti, sempre più forte. Il suo sguardo è senza patria, non gli chiedo dove sia. Gli sfioro la guancia, ruvida e calda. Vado via. Ma lui non si calma, è rosso in viso, ha la febbre.

«Siamo fottuti! Lo vedi?». Sì, lo vedo, amore mio.
In questi giorni lo chiamo spesso amore mio, la promessa di un domani radioso e senza inganni. Sguscio via dai suoi pensieri.

Da quando hanno chiuso l’Università, il bar, il Circolo e il resto dei luoghi da lui frequentati, se ne sta a casa tutto il giorno, non s’affaccia neanche alla finestra, non risponde più al telefono. Ha paura che il virus possa entrargli dall’orecchio, una stilla di veleno mortale. Scrive mail, è più sicuro, dice, però disinfetta spesso la tastiera e il monitor. Disinfetta anche le maniglie delle porte. Ventisei porte e cinquantadue maniglie da pulire. La casa è grande.

Io non riesco a nascondermi, controlla ogni mio spostamento e quando non è impegnato a disinfettare le maniglie e la tastiera del computer mi chiede quante volte ho fatto pipì, se ho tossito, quante sigarette ho fumato, se ho misurato la febbre. Prende il termometro e me lo ficca in bocca. Io baro, ho dovuto. Il termometro segna 36. Accenna un sorriso. Ho sostituito il termometro con un giocattolo, lui nemmeno se ne è accorto.

Ieri sera pretendeva che facessi i gargarismi con una soluzione disinfettante, anche i baci sono pericolosi, niente baci e niente abbracci, è per il nostro bene. La distanza è sicurezza, lo dicono al telegiornale. Non ricorda che per noi, i baci e gli abbracci, si sono estinti nel secolo scorso.

Le mie foto sono dappertutto, anche sotto i suoi piedi. Irrequietudine e violenza. Com’è querula la verità vista da qui.

Nel suo studio nessuno ci entra più, è solo. Si siede, si alza, si siede, si alza. Gira in tondo come un animale in gabbia. Scosta appena la tenda della finestra, il male è lì fuori. La città si è trasformata in un’isola senza il mare.
Cerca la soluzione nei libri. Un continuo andirivieni dallo studio alla biblioteca, dalla biblioteca allo studio. Torri instabili affollano la scrivania.
«Il Manzoni, devo rileggere gli sposi promessi forse lì… Forse la peste del francese… come si chiamava? Forse nelle pagine dei filosofi greci. No, prima i tedeschi o La Bibbia?».

Lo lascio agonizzante nella sua babele di carta. Preparo un Martini e vado in terrazza.

È quasi primavera, sulle piante sbocciano piccole gemme color pastello. Oltre l’orizzonte il sole si ritira, mi strizza l’occhio come ogni sera, soltanto io posso vederlo. Alzo il bicchiere, chino il capo, cin cin. Brindo a chi è e a chi non è. Io, non sono. Brindo a questo grappolo d’ore lietamente infeconde, all’annoiato rinchiudersi dell’umanità per paura di morire. Tutto andrà bene, andrà tutto bene. Urlano e cantano da balconi e finestre spalancate. Cori insolenti, lenzuola bianche, bandiere tricolore. Pensa se per cantare e ballare dovessero pagare. Silenzio.

Sbadiglio, tracanno l’ultima goccia di Martini e chiudo gli occhi. La fine del mondo non è ancora arrivata. Non ancora.

 

(Scritto tratto dal mio diario della quarantena, marzo-aprile 2020)

Pubblicato su Casa di Ringhiera il 30 aprile 2020