“La città bandiva i suoi assenti. Chi non l’abitava veniva iscritto nel registro segreto degli espulsi. Napoletano è titolo solo per residenti, la nascita non basta. Conta chi resta, ogni altro è forestiero. Napoletano: proviene poco da un’affaciata su ’na iurnata ’e sole, molto di più dipende dal suo monte pandoro lievitato a fusioni. Nella casa di ognuno sta l’acquerello notturno delle lave incendiarie, il mare illuminato a sangue. Napoletano è adoratore del vulcano fino a lottizzare le pendici, risalire al cratere e costruirci dentro magari uno stadio con le gradinate già evidenti.”
Erri De Luca, Il conto

 

Napoli è una città fatta dal suo popolo forse più di ogni altro posto del mondo. I suoi abitanti hanno reso fluida questa fertile zolla di terra mentre la storia ne ha fatto un crocevia importante e indispensabile per l’arte, la letteratura, la filosofia, il teatro, la musica. Qui giace silenzioso un passato millenario dominato da inerti monumenti che regnano sovrani nelle strade e nei decumani. Dal sottosuolo i resti della città greca si raccontano da soli e non reclamano la luce ma cercano cura e rispetto.

Difficile scriverne evitando di inciampare nei soliti luoghi comuni, la variopinta immagine olografica è diventata lo stereotipo che con fatica si cerca di scrostare.

Dall’alto del suo promontorio la bella Sirena avvolge il suo popolo in un abbraccio materno ma il senso di appartenenza che dovrebbe difendere la sua sfrontata bellezza è spesso offuscato dall’insolenza degli stessi napoletani. È un rapporto di odio e di amore, siamo tutti figli, amanti o carnefici della città fatale.

Il suo ventre è sempre gonfio e gravido, partorisce bestie, partorisce uomini, nutre i suoi figli sia che le diano amore e dedizione sia che violentino e sciupino il suo presente distratto e arrogante.

Eppure un piccolo esercito popola la sua anima ribelle, uomini e donne che non si arrendono e come moderni crociati cercano di conquistare metri cubi d’aria e di dignità. Qui è in atto una piccola rivoluzione perché chi resta è stanco di aspettare e agisce, costruisce. Chi resta è affamato e sottrae pezzi di terra al degrado e all’abbandono. Forse, per la prima volta nella storia, si sta delineando un confine netto tra la menzogna stereotipata su Napoli e i napoletani e la realtà dalle tinte sempre più forti, dalle voci rauche che graffiano il tufo per seminare il domani.

Chi nasce qui sa bene quali sono i confini da non valicare disegnando la sua personale mappa per sopravvivere al male. E su questa mappa orienta la vita, aggiungendo o sottraendo sogni.

Eppure sono proprio i sogni e le speranze di chi oggi ha voglia di riscatto ad alimentare l’anima di una città forse cresciuta troppo in fretta e senza regole.

Napoli è il desiderio che non potrai mai raggiungere, sempre altrove, sempre luce oppure ombra. Una città fluida che non si lascia possedere e che affascina proprio per il suo costante divenire. Nel corso dei secoli è diventata la metafora di se stessa, l’indispensabile corredo iconografico da incorniciare e portare via.

Ma Napoli è anche il vuoto indispensabile all’arte. Un vuoto che diventa il vortice espressivo vitale per vomitare parole che si fanno teatro, per armare la penna e farsi scrittura o liberare le mani che si fanno creta per rimodellare il passato e decorare il futuro.

Chi poserà i suoi passi su questa zolla di terra ne sentirà il lamento, vedrà le sue ferite e la sua porosa avvenenza, ne sarà affascinato oppure respinto.

Napoli è il bisogno di restare sempre e solo se stessa: cangiante, chiassosa e infine necessaria.

©MimmaRapicano

(Articolo pubblicato sulla rivista AWM – Pubblicazione della collana Artwort, giugno 2016)