UNA PICCOLA DOSE DI AUTENTICITÀ

Quell’incontro cambiò per sempre le loro vite. Seduti sulla panchina, dando le spalle alla casualità che gli scorreva intorno, si confidarono i dolori, i sogni e i dubbi sull’amore. Su quella panchina capirono, giorno dopo giorno, il significato dello sconfinamento precipitando uno dentro l’altro. Cercarono goffamente di governare le crepe tra la realtà e quell’amore preso in prestito dalle delusioni e dalle incertezze della loro quotidianità. Il rimedio sembrò la lontananza ma ogni loro addio era un ritorno, sempre più forte, sempre più struggente.

Si arresero al fato e come due abili equilibristi tirarono un filo sulle bugie e vissero sospesi celando la loro passione al resto del mondo. Fecero della panchina il confine da non oltrepassare, la zattera sulla quale lui desiderava il suo corpo e lei lambiva i suoi baci. Il confine di legno e ferro riusciva a malapena a domare l’insaziabile sete che avevano l’uno dell’altra e la fragile barriera divenne inevitabilmente la loro prigione. Trascorsero così mesi di passione e tormento, di lacrime e promesse.

Ma la dolce favola d’amore era destinata a morire. E la fine arrivò. Lei vide gli occhi del suo amante spegnersi lentamente e sul suo viso alternarsi felicità e sofferenza, la voglia di possederla e la necessità di allontanarla. Lui dichiarò guerra e il conflitto cambiò definitivamente il corso della loro storia. Lei combatteva per non perderlo ma lui disertò per riparare la sua colpa in un ostinato silenzio.

Quando la guerra finì lei si sentì persa e in balia del dolore e del dubbio che s’insidiarono in lei come una seconda pelle. Tutte le sue domande restarono senza risposta. La sola cosa che lei implorava al suo amante era una piccola dose di autenticità per dare senso e valore al loro incontro, ai mesi vissuti a raccontarsi verità che ora le apparivano insulse menzogne. Affidò al tempo quel che restava del suo cuore e sposò il suo segreto.

A tutti capita di perdersi una volta nella vita, a tutti capita di inciampare in una sudicia pozzanghera e di macchiarsi i candidi vestiti. Ecco, a lei era capitato questo, si era persa e aveva inciampato tra le radici di un albero in una notte scura, nulla di più.

Non rinnegò mai la passione che aveva provato per lui, lo aveva amato e avrebbe continuato ad amarlo perché autentico era stato il suo sentimento e autentiche le sue parole.

I suoi pensieri quel giorno viaggiarono nel tempo così veloci che il mattino lasciò spazio all’imbrunire. Con gli anni lei aveva compreso molte verità sull’amore, alcune spiegabili, altre meno. L’amore è la zona d’ombra nella vita degli amanti, l’agonia dopo ogni felicità e non si ama che per pochi e paludosi istanti, si ripeteva.

Aiutata da sua figlia, si alzò dalla panchina e lasciò naufragare quella zattera con i vecchi ricordi. Si voltò indietro per un ultimo sguardo e lesse la frase di Sherwood Anderson che lei stessa aveva inciso sul legno: “L’amore è come un vento che muove l’erba sotto gli alberi in una notte scura. Non bisogna cercare di definirlo. È la parte divina della vita”.

 

©MimmaRapicano-agosto2016

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