SOLSTIZIO D’ESTATE

Sono quasi tre anni che vivo nel centro storico di Napoli, nella stretta fenditura di un vicolo come tanti di questa città dove i palazzi quasi si sfiorano. Le dimore storiche convivono e spesso stridono con le scatole di cemento costruite nel dopoguerra. Edifici tirati su velocemente per riempire il vuoto lasciato dai bombardamenti. Tufo e cemento che disegnarono la topografia della nuova città sdraiata su quella greco-romana.
I miei antichi balconi guardano quelli del palazzo di fronte, alcune volte devo chiudere le imposte per non sentire le urla della stravagante famiglia del quarto piano o il televisore, acceso e ad altissimo volume, dell’anziano signore che abita al secondo. Al terzo piano, invece, la signora minuta e paffuta è la più silenziosa e gentile, quella che mi ha affettuosamente salutata dal suo balcone fin dal primo giorno del mio trasferimento tra queste mura di tufo.
I balconi sono l’affaccio sulla vita comune, non si sporgono solo sulla strada o nella città ma sono anche l’abito che si mostra al vicino, il benvenuto al mondo. Un balcone può raccontare molto di una famiglia, ogni oggetto esposto è lo specchio di ciò che si cela dentro una casa, se è sporco e abbandonato lo sarà anche l’appartamento e chi ci vive. Almeno questo mi ha sempre detto mia madre.
Dal bucato steso ad asciugare, inoltre, comprendiamo se chi vive in quella casa è solo o ha famiglia, dal numero di asciugamani e mutande è possibile intuire anche quante docce e cambi settimanali vengono fatti.
Il balcone della signora del terzo piano è sempre pulito, i gerani adornano la ringhiera, niente cianfrusaglia ad affollare il piccolo spazio, insomma nulla fuori posto, perfetto. Il suo bucato si riduce a pochi indumenti, calze, panciera, mutande, camicie da notte, qualche abito, lenzuola. Da questo ho capito che la signora vive da sola e la rara apparizione di pantaloni e maglioni da uomo è il segno del ritorno di un figlio o un nipote, chissà. Non l’ho mai vista affacciata in compagnia di qualcuno e ho immaginato che, per tutto l’anno, la mia sorridente e gentile dirimpettaia vivesse i suoi giorni in una dignitosa e silenziosa solitudine.
Ci salutiamo con un reciproco “Buongiorno signora” glassato di sorrisi, i suoi e i miei. Tutto qui. Alcune volte, quando non mi accorgo della sua presenza, è lei a chiamarmi, non per importunarmi ma solo per prendere ciò che è suo. Forse quel saluto è la prova della sua esistenza, fiera dell’attenzione che riceve da una sconosciuta. Sono passati così tre anni. Un saluto e un sorriso in ogni stagione, nulla di più. Non conosco il suo nome e lei non conosce il mio.
Sui miei due balconi, per cinque mesi all’anno, non arrivano i caldi raggi del sole, il tetto verde della possente Chiesa di Santa Chiara li trattiene e solo a fine febbraio vi fanno ritorno. Il balcone della signora di fronte, invece, è sempre pieno di sole, d’estate e d’inverno. A volte vorrei chiederle in fitto il suo spazio per stendere le lenzuola che nelle stagioni fredde e piovose sono costretta a far asciugare in casa.
La settimana scorsa qualcosa è cambiato.
Martedì mi sono svegliata molto presto. Erano le 4:30 e, come faccio ogni mattina, ho aperto il balcone per dare aria nuova alla casa. Era ancora buio e mi ha colpito una luce accesa nell’appartamento al terzo piano. Strano, penso, che la signora sia sveglia già a quest’ora. Poi lo sguardo cade nel vicolo e vedo un’ambulanza. Sento delle voci provenire dalla casa illuminata e capisco che a sentirsi male è proprio la mia gentile dirimpettaia. È così silenziosa la città che posso ascoltare le domande che i paramedici le fanno. Lei si lamenta, geme, invoca la madre. Avrei voluto scendere di corsa le mie scale, uscire dal mio palazzo, varcare la soglia del suo, salire fino al terzo piano e tenerle la mano. Sì, è questo che ho immaginato. Ma ho lasciato svanire quel pensiero mentre ero lì a guardare gli uomini del 118 che accompagnavano la signora in ambulanza e, prima di chiudere le porte, ho sentito che le chiedevano il nome e lei, con un tono flebile e sofferente, che diceva “Antonietta”. Poi l’ambulanza è partita lasciando me sconcertata e il cielo lentamente scrollarsi dalla notte. Ho pensato che fosse buffo conoscere il suo nome solo in quel momento. Sì, davvero molto strano.
Nei giorni successivi mi sono affacciata più volte al mio balcone aspettando il suo ritorno. “La signora è ancora in ospedale”, dicevo a mio marito.
Poi ho scoperto la verità. La signora Antonietta non ritornerà più. Non ci saranno più saluti e sorrisi e panni stesi al sole. Le sue piccole mani non verseranno più acqua nell’invaso dei gerani destinati ora a sfiorire e bruciare nell’arsura estiva.
La sua morte non mi appartiene, nessun legame affettivo c’era tra noi eppure, adesso che ho preso coscienza della sua durevole mancanza, ho una profonda tristezza e un inaspettato dolore.
A volte i nostri appartamenti diventano fortezze, lasciamo fuori il mondo e le sofferenze degli altri perché intenso è il desiderio di restare soli con le nostre angosce o le nostre inquietudini.
Ora mi spiace, mi spiace molto non aver donato più parole alla signora Antonietta e spero che i miei saluti e i miei sorrisi abbiano almeno, per pochi istanti, alleviato la sua solitudine.
Oggi è il 21 giugno, il sole bacia i nostri balconi e vi resterà tutto il giorno. Io sono seduta a scrivere e guardo quel balcone di fronte senza panni stesi. Oggi è il solstizio d’estate, inizia la bella stagione per chi sogna mete lontane e per chi si stenderà al sole di spiagge affollate. Ma da oggi il sole che oscilla su questo vicolo e sui nostri balconi è orfano di quella minuta e tranquilla creatura che era Antonietta.

 

©MimmaRapicano — giugno2016

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