!Orsù dunque, è ora di cambiare!

Cambiare parole ed espressioni che, da diciannovegiornitonditondi, ci mettono angoscia, ci rubano il sonno, fanno tremare polsi e gambe, rivoltano l’intestino e da svegli procurano fastidiosissime e interminabili tachicardie.

Parole scivolate nelle nostre orecchie come stille velenose. Parole angoscianti che ascoltiamo dai telegiornali, le ripetono gli esperti, le pronunciano i cantanti e gli attori, e poi ballerini, scrittori, avvocati, parrucchieri, medici, operai… insomma, tutti a dire le stesse cose come se il nostro vocabolario fosse di colpo regredito.

Non suggerisco di abolirle del tutto, la lingua italiana è una grande signora e va rispettata, ma di cambiarle momentaneamente per chi, da diciannovegiornitonditondi, vive nella terra di mezzo.
Il prima è già storia, il dopo è tutto da reinventare.

Quello che vengo qui a suggerire è la creazione di un dizionario provvisorio.
Sostituire, per esempio, la parola quarantena con una che abbia un bel sorriso tra le vocali e le consonati, che ispiri fiducia e dia pure un poco di allegria. Luce e leggerezza.

Che ne so… dire rataratà per indicare quarantena.

Come va oggi la tua rataratà?
Bene, grazie, le solite cose. E tu?

Non siamo in guerra ma in un clapclap.
E domani?
Flapflap, farò una torta.

O cose del genere.

Il mondo che ci aspetta?
Sarà kaboom!

E giù a ridere, ridere, ridere per sbeffeggiare la paura e tutto il resto. Tutto il resto.

Rataratà! E parte una risata colossale.

 

(Scritto tratto dal mio diario della quarantena, marzo-aprile 2020)

Pubblicato su Casa di Ringhiera il 28 marzo 2020