PAROLE

Le parole fanno male, aspre e taglienti. Che importa se dette a mezzogiorno o mezzanotte, nel buio o nella luce, fanno male se insulti senza costrutto. 
Da piccola lei m’ha insegnato, cosa dire, cosa non dire. Questo sì, quest’altro no. 

Le parole in fila indiana, serpenti velenosi, si insinuano, unghie incarnite, meglio amputare. Decido di cucirle le labbra, con un ago curvo, quello usato per ricucire i materassi di lana, antica usanza, fare e disfare grumi di lana rappresa. 

Dentro e fuori. Parlare è un gioco da bambini: mio, tuo, mamma, papà, mangiato io, cattivo tu, buono io. In lembi di stoffa raccolgono verità intrise di giustizia. Io so! Diceva il poeta. Io so! Ripetono tutti. Presuntuosi giocolieri con la vita altrui. 

Entro in una stanza, pericolo di vita. No, non è una stanza ma la cima di una montagna, nessun incanto, l’universo ha scioperato, niente stelle, niente più desideri. Le parole dette, sovrabbondanza di ieri, silenzio di oggi. 

Le parole scavano trincee, cadono come bombe, corpi maciullati, fango e sangue di una guerra che non è guerra ma tutti urlano: Sì, è una guerra! E io seppellisco le smorfie di facce da dimenticare. 

È un sogno, è soltanto un brutto sogno, mi dico. La casa è crollata ma gli uomini grigi continuano a ciarlare e i loro editti dondolano sull’altalena del non senso. Dalla loro bocca parole nebulose e scontrose. Non fanno più male.

©MimmaRapicano_settembre2020

In copertina: Near the Harbor, 1880 by Odilon Redon

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