NINETTA

A Napoli, in un basso di vico Lazzi nei pressi del famoso Monastero di Santa Chiara, abitava Ninetta la guantaia. In quel basso Ninetta confezionava i migliori guanti di tutta la città. Nelle sue mani anche i tagli di pelle meno pregiati diventavano piccoli capolavori d’artigianato. La fama di Ninetta aveva varcato le fatiscenti torri di Porta Capuana tanto che in vico Lazzi numero dieci ci era arrivata pure una giornalista inglese per intervistarla e fotografare i suoi guanti. Ma lei non ne faceva un vanto e arrossiva ai complimenti come la più impacciata delle adolescenti.

Ninetta non era sposata. In verità un marito non se l’era mai cercato perché un marito, diceva, le sarebbe stato d’impiccio e lei aveva troppo da fare per badare a un uomo e ai suoi capricci. Esile e piccola di statura indossava dei vestiti a balze lunghe fino alla caviglia che accentuavano il suo strano modo di camminare, come se danzasse con la terra.

Per tutti Ninetta era la serenità fatta persona e solo a guardarla toglieva i brutti pensieri dalla testa, così raccontava chi l’aveva conosciuta. Per il piacere di incrociare un suo sguardo o per scambiare con lei due chiacchiere, molti sostavano fuori dal suo basso sorseggiando caffè e riempiendo l’aria con voci allegre e stropicciate.

Ninetta viveva da sola in quel basso di appena due stanze. Quella più grande, che dava sull’ingresso, era diventata la sua bottega. Sull’enorme tavolo di legno posto al centro della grande stanza tagliava e cuciva, e lì, in piedi, riceveva anche le clienti per mostrare i guanti già lavorati o quelli in preparazione. Non c’erano sedie in casa di Ninetta. Fare accomodare le clienti, diceva, significa entrare in confidenza e lei non amava le chiacchiere inutili. Insomma, in quel basso si stava in piedi e nessuno se ne lamentava.

D’inverno il sole si dimenticava di vico Lazzi, un vicolo che non portava da nessuna parte, i fiori sui davanzali appassivano prima di fiorire e i panni stesi ad asciugare rimanevano umidi per giorni interi. Ma a riscaldare la gente c’era la guantaia e il suo sorriso che faceva arrivare a tutti il tepore della primavera anche a Natale.

Si diceva che i guanti di Ninetta facessero miracoli, anche se lei li chiamava semplicemente piccoli aggiusti. Dal primo al ventitré di dicembre, l’unico periodo dell’anno in cui Ninetta faceva gli aggiusti, già di prima mattina si creava una fila di donne fuori al suo basso. In quei giorni in Vico Lazzi c’era un via vai di signore e signorine provenienti da ogni parte della città solamente per parlare con Ninetta la guantaia. Gli abitanti del vicolo, seppur storcendo la bocca e imprecando in un dialetto antico e sguaiato, accettavano quell’invasione silenziosa che in fondo portava un po’ di vita sotto le loro finestre e fatti di cui parlare per un anno intero.

Per i suoi piccoli aggiusti Ninetta faceva indossare un paio di guanti prodigiosi che si adattavano alle mani di tutte le donne, da quelle tozze e callose delle popolane dei quartieri poveri a quelle sottili e curate delle signore della Riviera di Chiaia o di Posillipo. Poi stringeva le loro mani tra le sue e cominciava a sussurrare parole incomprensibili il cui significato conosceva soltanto lei. Quella litania era la sua benedizione all’aggiusto richiesto: i bambini nascevano, i mariti tornavano dalle loro mogli e i malati guarivano con grande stupore dei medici e dei preti. Per lei, invece, era tutto normale: «Io faccio solamente delle cuciture strette», diceva sorridendo la guantaia.

Un giorno di dicembre in vico Lazzi arrivò una grossa auto nera, tanto grossa che, per entrare nel vicolo, le persone in fila per il consulto furono costrette a sparpagliarsi e donna Lucia, la matrona del vicolo, dovette ritirare in casa la sedia e lo stendibiancheria perennemente in strada d’estate e d’inverno. L’auto, che la gente del vicolo chiamò subito ‘o carro d’’e muorte, si fermò davanti al basso di Ninetta. Un uomo in livrea uscì dall’auto, schivò sguardi e bocche spalancate e aprì la portiera alla contessa Porzia Capece. Del perché una contessa che abitava nella parte buona della città fosse scesa in vico Lazzi numero dieci, fu la domanda che si fecero tutti mentre la notizia con un veloce passaparola si diffuse per l’intero quartiere. «’E guante» sussurrò qualcuna delle donne che erano là, «sarà venuta a comprare i guanti da regalare alla Regina d’Inghilterra, lontana cugina per via materna». «Va addo Ninetta per chiedere un nobile aggiusto», sentenziò qualcun’altra senza nascondere un po’ di malizia. L’uomo in livrea, subito soprannominato ‘a muntagna, fece spazio tra la folla e accompagnò la contessa fino alla porta del basso della guantaia dove si piazzò di guardia: da lì non si usciva e non si entrava. Dare soprannomi alla gente è l’attività più impegnativa del popolo napoletano, basta una piccola imperfezione, un atteggiamento strano e subito sei ribattezzato, nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. L’autista della contessa il soprannome se l’era proprio meritato, alto con spalle larghe, faccia scura e butterata, la sua testa nera spiccava tra la gente del vicolo come il Vesuvio che domina sul Golfo di Napoli.

La contessa restò quasi un’ora nella bottega di Ninetta e quella fu anche l’ora più lunga per la gente del quartiere. Oltre alle persone che erano già in fila, una folla di curiosi invase il vicolo per sentire, per vedere, per sapere della contessa Capece che stava dentro da Ninetta a se mettere ‘e guante.

Su quello starno fatto fu interrogato persino don Filippo Rota, un nobile decaduto che viveva tra la povera gente da quando aveva sperperato tutto il suo patrimonio con le carte e con le donne. Don Filippo Rota aveva studiato, parlava quattro lingue, conosceva il mondo dentro e fuori ed era per tutti l’uomo più saggio del quartiere. A lui si faceva ricorso ogni volta che tra i vicoli c’era una bega o un contenzioso che, invece che con le mazzate, si voleva risolvere civilmente alla maniera della gente perbene. Ma nemmeno don Filippo Rota diede una risposta sull’evento straordinario né formulò ipotesi convincenti.

Quando la contessa Capece uscì dal basso di Ninetta, aveva il viso coperto da un velo scuro e indossava dei guanti di pelle rosso vermiglio. Accompagnata dal suo autista, si infilò a capo chino nell’auto e insieme sparirono salendo di corsa via Santa Chiara.

Soltanto poche ore dopo, si venne a sapere – perché a Napoli solamente chello che nun se fa nun se sape – che la contessa era stata lasciata dal suo giovane amante, un certo Giannino, un ragazzo dagli occhi azzurri, bello comme ‘n angelo ‘ncopp’ ’o presepio, figlio di povera gente e garzone di bottega di don Mimì, il più famoso artigiano di pastori e presepi in via San Gregorio Armeno.

Giannino stava nella bottega di don Mimì fin da piccolo e pare che proprio lì la contessa lo abbia visto per la prima volta. Tutta Napoli conosceva don Mimì e i suoi pastori, non c’era casa che non ne avesse uno, grande o piccolo, modellato dalle mani esperte dell’artigiano o del suo giovane aiutante. Porzia Capece, ‘a cuntessa, ogni anno acquistava una gran quantità di pastori da don Mimì e di anno in anno vedeva Giannino crescere e farsi bello tanto che, se lo guardava, i suoi pensieri si scioglievano in quegli occhi azzurri come l’acqua di Marechiaro.

Nella via dei pastori Giannino era conosciuto perché la sua vita era avvolta da un certo mistero. E i misteri, si sa, sono il pane quotidiano per i napoletani che venerano un Santo decollato e aspettano impaziente un anno intero che il suo sangue, una volta sciolto, liberi la città da ogni peccato. Giannino, senza aver commesso nessun peccato, era venuto al mondo muto come un pesce, una menomazione da parto, avevano detto i medici. Sua madre sapeva bene che a Napoli la vita non la puoi affrontare se non sei lesto di mani e di lingua, e che sarai sfottuto e sfruttato se non ti fai una posizione rispettabile. E allora per dare un futuro al figlio aveva pregato don Mimì di prendere a bottega il piccolo mal riuscito per fargli almeno imparare un mestiere. Sulle prime il vecchio aveva rifiutato ma poi quando vide l’immediata intesa di Giannino con l’angiulille, ‘e madonne e i San Giuseppe, accettò di fare una buona azione.

Una vigilia di Natale don Mimì vide sull’uscio della sua bottega due piccole creature, né femmine né maschi, ricciolute e bionde che si avvicinarono a Giannino come per chiedergli qualcosa. Lui dal fondo del negozio non riuscì a sentire cosa dicevano e gli mancò la forza nelle gambe per alzarsi dalla sedia e andare in soccorso del ragazzo. Ogni sforzo per staccarsi da quella maledetta sedia fu inutile, don Mimì restò come incollato al suo posto incapace di fare altro se non di osservare in silenzio quello che accadeva al suo ragazzo. Quando quelle strane creature se ne andarono, don Mimì, che continuava ad agitarsi sulla sedia, fece un cenno con la testa a Giannino e lui, senza nessuna esitazione prese fiato e rispose: «Cercavene a Gesù bambino». Dallo stupore il vecchio artigiano, sciolto dall’incantesimo, si ritrovò con il culo per terra, balbettò qualcosa e si passò ripetutamente le mani sulla faccia: Giannino parlava! Il fatto fece arrevutà tutta via San Gregorio Armeno e le ricevitorie del lotto ci misero un attimo a trasformare ‘o miraculo ‘e Giannino in tre numeri per un bel terno secco sulla ruota di Napoli. Ma la fortuna non baciò Giannino che pur avendo ormai la lingua sciolta continuò a campare tra stenti e fatica. La vita, però, a un tratto gli fu di nuovo benigna e gli regalò Linuccia, una ragazza forte e risoluta, figlia di una lontana cugina di Ninetta la guantaia. Con Linuccia fu amore a prima vista e matrimonio, ma sfortunatamente la giovane coppia non riusciva ad avere dei figli. Così un giorno, presa dalla disperazione, la povera Linuccia chiese aiuto a Ninetta alla quale bastò una delle sue cuciture strette e i figli arrivarono uno dietro l’altro.

Insieme, Giannino e Linuccia, parevano due anime sante benedette e la vista di quella singolare felicità fece crescere in Porzia Capece l’invidia e il disprezzo. L’anima nera della contessa reclamava una punizione: scassare quello che Dio amorevolmente aveva unito. Il suo piano era sedurre Giannino, non per tenerselo in eterno ma solo per capriccio.

La contessa riuscì nel suo diabolico piano e nessuno si capacitava di come Giannino avesse potuto cedere alle lusinghe di quella donna che aveva pure più del doppio dei suoi anni. Ma la carne è debole e la fame era forte, soprattutto se vivi in un basso, una stanza e cucina, e hai dei figli e una moglie da sfamare. Come che fu, carne o non carne, Giannino si lasciò incantare dalle manfrine d’’a cuntessa.

Ma quel capriccio costò caro a Porzia Capece che si prese una brutta fissazione per il giovane amante. Diventò così ossessiva da far mancare il respiro a quel povero ragazzo che, disperato e corroso dal senso di colpa, tentò di togliersi la vita. Fu Linuccia a raccogliere la confessione in lacrime del marito e fu lei, un’altra volta, a chiedere aiuto a Ninetta.

Non si sa se quel giorno la contessa scese in vicolo Lazzi per sua volontà o perché chiamata da Ninetta, ma il fatto certo è che dopo la visita alla guantaia, Porzia Capece lasciò la città e né lei, né ‘o carro d’’e muorte e neppure ‘a muntagna si videro più per le strade di Napoli.

Anche questo era stato un piccolo aggiusto, una cucitura stretta lì dove la vita strappa e lascia ferite aperte. Occorre pazienza e grande dedizione, diceva Ninetta, perché «il prossimo strappo sta sempe fora ‘a porta».

Ninetta morì la notte del ventitré dicembre e fu giorno di lutto per l’intera città di Napoli. Le luminarie si spensero, i pastori di via San Gregorio Armeno restarono chiusi nelle botteghe un giorno intero e ogni quartiere della città rese omaggio alla guantaia dei piccoli aggiusti.

Poco prima di morire Ninetta chiese alla nipote che l’assisteva di mettere in un foglio di giornale ago, filo e forbici, i suoi attrezzi di lavoro.

«A cosa ti servono, zia?», chiese Linuccia.

«Nun se po’ maje sapè!» disse Ninetta con una voce piccola e affaticata. Poi accennò un sorriso e, prima di chiudere gli occhi per sempre, lentamente strinse a sé quel prezioso pacco improvvisato.

La mattina del ventiquattro dicembre vico Lazzi si svegliò inondato dal sole. La luce e il calore arrivarono nei bassi e su ogni davanzale. Alcuni fecero tre volte il segno della croce, altri piansero e donna Lucia ne approfittò per stendere i panni ad asciugare.
Oggi in vico Lazzi c’è un’edicola votiva in memoria della signorina Ninetta che è per tutti Santa e Giusta pur senza ecclesiastica benedizione.

(Racconto pubblicato sulla rivista online Il Colophon aprile 2018) ©MimmaRapicano

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