NEL MEZZO

All’ingegnere Ernesto Becchimanzi, classe 1926, il nuovo millennio proprio non piaceva. Si sentiva fuori posto anche tra le mura di casa sua. E non bastavano le fotografie sul comò e i vari oggetti sulle mensole del soggiorno a rievocare il passato, non gli bastava sfogliare i volumi accatastati sulla libreria e il pensiero delle piacevoli letture a far nascere in lui una scintilla di familiarità. Anche se la casa era piena lui vedeva solamente il vuoto di una vita ordinaria, sciupata a rincorrere qualcosa che ora nemmeno ricordava più.

Il nuovo secolo aveva portato molti cambiamenti, la gente camminava a passo svelto con gli occhi sempre puntati su piccoli aggeggi luminosi, tutti sembravano in ritardo, ma in ritardo per cosa? si domandava. Le parole gentili e ricercate erano state sostituite da stupide faccine sorridenti, nessuno scriveva più lettere ma brevi e sgrammaticati messaggi. La bellezza della poesia, il fascino dell’arte e la passione travolgente per la musica di Mozart erano sconosciuti alla gente del nuovo secolo. Per questi motivi e per tanto altro ancora all’ingegnere Ernesto Becchimanzi, classe 1926, il nuovo millennio proprio non piaceva. E non gli piaceva neanche la classe politica, bestie ignoranti senza un briciolo di memoria storica, pattume democratico in cerca di potere e ricchezza.

Si arrabbiava l’ingegnere Ernesto Becchimanzi, classe 1926, perché lui aveva combattuto con i partigiani e per l’Italia libera aveva sacrificato tre dita della mano sinistra. Ma la guerra era faccenda dell’altro secolo e nessuno voleva sapere cos’erano stati i venti anni sotto il Duce.

«L’equivoco, – diceva, – è nato con gli americani. Oltre a liberarci dal regime fascista ci hanno confuso le idee. Dopo la guerra puzzavamo tutti di zuppa in scatola, e con le gomme da masticare e la cioccolata in blocchi ci hanno saziato e addomesticato».

Parlava a tutti e non parlava a nessuno e spesso i suoi ragionamenti erano così confusi che parevano non avere né capo né coda.

La moglie dell’ingegnere Ernesto Becchimanzi, classe 1926, era morta investita da un tram per salvare Arturo, il loro unico figlio. Non un gemito o una richiesta di aiuto, dissero i presenti all’incidente, e la notizia della madre coraggiosa fu sulle prime pagine dei giornali. Era l’epoca in cui i giornalisti affamati di cronaca spicciola davano risalto anche alle più stupide cadute sui gradini delle chiese perché l’imperativo era: distrarre gli italiani per far dimenticare gli orrori della Seconda guerra mondiale!

L’ingegnere Ernesto Becchimanzi, classe 1926, non potendo badare ad Arturo lo affidò a una famiglia in campagna per farlo crescere sano e lontano dalla città sempre più caotica e inquinata. Incontrava il figlio ogni quindici giorni. Il piccolo cresceva tra galline e maiali, e a ogni visita padre e figlio erano sempre più estranei e distanti. Con gli anni Arturo non lo chiamò più papà ma signor ingegnere. Ma lui non sembrò sconvolto da questo cambiamento e non provò rabbia o dispiacere ma solo una cupa freddezza. Gli impegni lavorativi furono un buon pretesto per fare sempre meno visite in quella sperduta casa in campagna.

L’ingegnere era in gamba nel suo lavoro, progettava oleodotti che avrebbero dovuto portare petrolio e ricchezza alla Nuova Italia. Ma la Nuova Italia, quella utopica di Enrico Mattei, non sbocciò perché schiacciata da un debito morale e chissà cos’altro con gli Stati Uniti che ci avevano invaso con la musica jazz e l’illusione di una felicità perenne.

L’ingegnere Ernesto Becchimanzi, classe 1926, non si era arreso. Aveva cominciato a lavorare con le migliori società d’ingegneria in mezzo mondo e a forza di viaggiare aveva imparato tre lingue. Alla pensione ci era arrivato con una buona rendita e un bel po’ di soldi risparmiati.

Il figlio, compiuti i diciott’anni, gli aveva inviato una breve lettera, si era imbarcato come marinaio e da quel giorno al padre non aveva più dato sue notizie.

Arturo gli fu restituito in una piccola scatola di legno con sopra incise le sue iniziali. In quella scatola di legno c’erano i resti di un uomo che l’ingegnere non considerava neppure più suo figlio. Anche il nome gli era indifferente. Qualche volta cercava di ricordare come mai lui e sua moglie avessero scelto proprio quel nome e non un altro. Si sforzava inutilmente poiché il tempo felice per quella paternità apparteneva all’altro millennio mentre lui pian piano si spegneva in questo.

La scatola di legno con i resti del figlio fu messa nel loculo di famiglia nel padiglione numero cinque del cimitero di Vigliena accanto a sua moglie e ai suoi genitori. E lui al cimitero ci va ogni domenica mattina indossando gli abiti buoni, un elegante cappello Borsalino e delle scarpe di pelle nera ben lucidate con qualche segno di usura ai lati.

 

Mi chiamo Michela Caporale e quel che resta di me riposa in pace nel loculo appena sopra quello della famiglia Becchimanzi. Sono morta nel 1944 durante un bombardamento. Ero un’orfana di guerra, avevo appena quattordici anni e un figlio. Il palazzo dove stavo, già mezzo distrutto, è crollato e ha seppellito me e il piccolo di due mesi appena. Prima di restare incinta vivevo con zia Carmela, la sorella di mio padre, in un basso di una sola stanza. La stanza era piccola e troppo affollata e i pochi letti non bastavano per tutti, si dormiva in due, a volte in tre, sullo stesso materasso. Zia Carmela aveva otto figli, quattro femmine e quattro maschi. Si sopravviveva a fatica e per far soldi mia zia vendeva le sue figlie ai militari, prima tedeschi poi americani, in cambio di farina e di caffè. Non era una novità per quei tempi, molte famiglie campavano in questo modo, tanto la guerra passerà, dicevano, e tutto ritornerà come prima. Ma dopo certi fatti nessuno torna come prima.

Il marito di mia zia, Armando, era un gran porco. Mi portava nelle campagne appena fuori città e con la scusa di cercare funghi, che lì non c’erano mai stati, mi faceva sdraiare sotto un albero, mi alzava la gonna, mi toglieva le mutandine e metteva il suo fungo tra le mie cosce. «È così che si fa, – diceva, – alle piccole orfanelle bisogna dare tanto tanto amore». E lui l’amore me lo dava, eccome se me lo dava, e io, stupida, non sapendo cos’era l’amore mi stavo zitta e mi venne lo schifo per tutti gli uomini che stavano sulla faccia della terra. Ma quando la pancia mi si gonfiò, non ero più una povera orfanella ma una piccola puttana, così mi ribattezzò zia Carmela.

Mi cacciarono da quel basso e sola e con la pancia che mi pesava occupai una delle tante case abbandonate.

Sotto le macerie di quel palazzo non sono morta subito, ho passato ore a urlare per chiedere aiuto. Ho urlato così tanto che arrivata al cospetto di san Pietro ero ormai senza voce e non sono riuscita a pronunciare il mio nome. Così, per un banale equivoco, sono stata condannata a stare nel mezzo, né viva né morta, per espiare una colpa che in fondo non era mia ma solo del cattivo udito di quel santo portinaio.

Nel padiglione numero cinque del cimitero di Vigliena sono la sola a poter sentire i pensieri dei vivi e i lamenti dei morti. Avessi avuto la voce, maledizione, avessi avuto almeno un poco poco di voce per dire M-i-c-h-e-l-a-C-a-p-o-r-a-l-e a quel santo impiccione e presuntuoso a quest’ora me ne starei in Paradiso insieme a mio figlio.

La domenica mattina è il giorno che odio di più, a volte mi sembra di impazzire. La disperazione dei vivi si sovrappone ai singhiozzi dei morti freschi, anime confuse (e chissà perché sempre affamate) che leccano la terra umida come fosse panna sui bignè.

L’ingegnere Ernesto Becchimanzi, classe 1926, è l’unico che mi piace ascoltare e, ogni tanto, mentre sta impalato davanti alla lastra di marmo dei suoi cari, alza lo sguardo sulla mia fotografia. L’immagine è sbiadita, ho due piccole ciocche di capelli raccolti sulle tempie, un sorriso a labbra strette appena accennato e due grandi occhi neri. Di me non si vede nient’altro che la faccia, un viso tondo e infantile simile a tante altre facce che stanno qui. Eppure lui è il solo a guardare la mia fotografia, gli altri, invece, tengono lo sguardo basso e passano veloci. Dicono che i miei occhi fanno impressione e che il mio sguardo gli entra fin dentro le viscere, dicono anche che in vita sono stata una cattiva cristiana e pure una strega.

Ogni domenica l’ingegnere Ernesto Becchimanzi, classe 1926, porta sei rose rosse per i suoi defunti, tre vanno nel vaso di sinistra e le altre tre in quello di destra. Poi sale su una piccola scala e arriva fin quasi a sfiorare la mia fotografia, prende l’unico vaso rimasto sulla nicchia e ci mette tre margherite. Dopo decenni di abbandono la mia tomba risplende con la freschezza di quelle tre margherite che pure senz’acqua restano vivaci per un’intera settimana.

Tutti quelli che vengono la domenica mattina al padiglione cinque del cimitero di Vigliena conoscono l’ingegnere Ernesto Becchimanzi, classe 1926, e nessuno fa caso al fatto che parla da solo o che mette dei fiori sulla tomba di una sconosciuta. Gli rivolgono un pigro saluto e poi ritornano in fretta alle loro faccende perché i vecchi come lui hanno voglia di parlare e nessuno, di questi tempi, vuole ascoltare un uomo di un altro millennio.

Alle tredici in punto di ogni domenica un addetto del cimitero passa nei vari padiglioni agitando una campana. Il din-don ripetuto ossessivamente è il segnale di chiusura. Allora l’ingegnere Ernesto Becchimanzi, classe 1926, china il capo, resta in silenzio per alcuni minuti, si fa il segno della croce e con le uniche due dita della mano sinistra si rimette il cappello e se ne va molto lentamente.

Domenica scorsa però, prima di uscire dal padiglione cinque del cimitero di Vigliena, si è fermato. Io ho pensato subito a un malore, mi sono impressionata, poi si è voltato ha alzato il cappello e mi ha detto: Arrivederci cara Michela, arrivederci …

(Racconto pubblicato sulla rivista online GRADO ZERO giugno 2018) ©MimmaRapicano

 

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