Metamorfosi: sostantivo femminile. Parola di origine greca: trasformare, mutare forma, cambiare aspetto, cambiamento morfologico e fisiologico tipico di alcuni insetti.

Maurits Cornelis Escher, incisore e grafico olandese, con un maniacale controllo geometrico e matematico del disegno creò un genere artistico personale e inimitabile. Nei suoi progetti gli inganni visivi svelano una realtà che vive della sua stessa impossibilità. Le opere del ciclo Metamorfosi, per esempio, sono narrazioni per immagini: le figure bidimensionali, quadrati, esagoni, ruotano e si trasformano in animali per poi mutare nuovamente in complesse strutture architettoniche. I punti di fuga sono serrati, il ritmo è incalzante, la trappola visiva in cui si è spinti è senza via d’uscita.

«[…] Personalmente mi sono sentito per anni in uno stato confusionale. Poi, però, arrivò il momento in cui mi sentii cadere la benda dagli occhi. Capii che il mio obiettivo non era più la padronanza della tecnica poiché un’altra esigenza era nata in me, la cui esistenza, fino a quel momento, mi era rimasta sconosciuta. Mi vennero delle idee che non avevano nulla a che fare con l’arte grafica, immagini così avvincenti da far nascere in me il desiderio di volerle comunicare a tutti. Ciò non poteva venire espresso a parole, perché non si trattava di pensieri trasferibili in parole ma di tipiche immagini mentali, intelligibili per gli altri solamente attraverso l’immagine visiva […]». 1

Dinanzi alle sue immagini avvincenti si resta incantati e prigionieri come una formica sul nastro di Möbius. Ma Escher non era soddisfatto, quei disegni non s’avvicinavano alle cose che lui vedeva o immaginava si potessero vedere: «Anche se ci sforziamo non possiamo mai realizzare la perfezione che c’è nella nostra mente e che noi, a torto, crediamo di “vedere”. Dopo un certo numero di tentativi, esaurite le nostre risorse, l’immagine da sogno viene trasferita nell’insufficiente forma visiva di uno schizzo […]».1

Ma quegli schizzi, perfetti agli occhi di chi li guarda, per Escher sono il concetto di un’arte irraggiungibile in cui l’artista, come in uno specchio deformato, si sente e si vede costantemente inadeguato. L’artista olandese non si arrende e per non soccombere al mondo dell’impossibilità continua, per tutta la vita, a dar forma ai sogni e alle visioni che da essi scaturiscono.

E di sogno in sogno, alla scoperta di nuove mutazioni, ci si ritrova, direi quasi inevitabilmente, tra le pagine di un racconto: “La metamorfosi” di Franz Kafka. È con la parola che lo scrittore praghese plasma le sue tormentateimmagini mentali. E in questo particolare racconto la visione onirica è decisa, enigmatica, ed ha le sembianze di uno scarafaggio.

«Quando Gregor Samsa si risvegliò una mattina da sogni tormentosi si trovò nel suo letto trasformato in un insetto gigantesco. Giaceva sulla schiena dura come una corazza e sollevando un poco il capo poteva vedere la sua pancia convessa, color marrone, suddivisa in grosse scaglie ricurve; sulla cima la coperta, pronta a scivolar via, si reggeva appena. Le sue numerose zampe, pietosamente esili se paragonate alle sue dimensioni, gli tremolavano disperate davanti agli occhi». 2

Nell’incipit Kafka va dritto al cuore del racconto e l’incredulità di chi legge le prime righe dura poco, la storia di Gregor è talmente irreale e dolorosa che diventa indispensabile continuarne la lettura.

Il giovane commesso viaggiatore, risvegliatosi nel corpo di uno scarafaggio, si chiude nella sua stanza e cerca di sottrarsi alla vista dei familiari, per non spaventarli e perché gli risulta difficile trovare una qualsiasi spiegazione. Ma quando i suoi parenti s’accorgono di quella innaturale metamorfosi ne sono dapprima disgustati e poi disperati. Il nuovo Gregor, se mai quell’essere è davvero il loro congiunto, è irrimediabilmente modificato e alla famiglia Samsa, consapevole che nulla potrà riportarlo com’era prima di quella notte, non resta che adattarsi alla nuova condizione e poco per volta la loro vita riprende nella totale normalità.

Alla ripugnante metamorfosi del protagonista Kafka contrappone il corpo di Grete, sorella di Gregor, che cresce abbellendosi in una dolce trasformazione che alla fine regalerà ai genitori uno spiraglio di luce, una speranza per il futuro.

«Mentre conversavano, il signore e la signora Samsa notarono quasi nello stesso istante, osservando la figlia che si faceva sempre più vivace, come, negli ultimi tempi, – malgrado tutte le pene che avevano scolorito le sue guance – fosse sbocciata trasformandosi in una bella e florida ragazza. Più silenziosi e con sguardi d’intesa quasi involontari, pensarono che fosse ormai tempo di trovarle un bravo marito.  E fu come una conferma dei loro nuovi propositi, che alla fine del tragitto la figlia si alzasse per prima stirando il suo giovane corpo».2

Due corpi in mutazione, piani narrativi diversi, ma che convergono in un unico punto di fuga come se la metamorfosi mostruosa di Gregor fosse necessaria per quella vivacedi Grete. Kafka costruisce un mondo la cui esistenza è possibile soltanto dentro la stanza dove tutto è iniziato. Non si esce mai dalle solide mura del modesto appartamento se non alla fine quando il corpo fanciullesco di Grete reclama la sua trasformazione. Ed è soltanto in quel momento che Kafka porta il lettore all’aria aperta e lo costringe a respirare, magari a porsi domande sul racconto che ha appena terminato.

E se la storia fosse il resoconto di un brutto sogno fatto da Gregor al suo risveglio? E se quel sogno non appartenesse a Gregor ma qualcun altro?

A questo punto, con un’ipotesi personale del tutto azzardata, ho associato il racconto di Kafka ad alcune pagine de “L’idiota” di Fëdor Dostoevskij. Lo scrittore russo, a metà del romanzo, inserisce una minuziosa descrizione di un brutto sogno fatto da Ippolit, uno dei personaggi secondari, sogno che lo lascia terribilmente scosso:

«… ho sognato che mi trovavo in una stanza (ma non era la mia). Questa era più grande e più alta della mia, arredata meglio, luminosa; c’erano un armadio, un comò, un divano e il mio letto, grande e ampio, coperto da una trapunta di seta verde. Ma nella stanza notai un animale terribile, una specie di mostro. Era simile a uno scorpione, ma non era uno scorpione, era talmente ripugnante e schifoso, che, almeno così mi è sembrato, in natura non ne esistono analoghi […]. Io lo guardai con molta attenzione: era un rettile di color bruno, squamoso, ricoperto da un guscio, lungo circa quattro verškì e, vicino alla testa, era spesso due dita mentre verso la coda si assottigliava sempre di più, tanto che la punta stessa della coda non raggiungeva, come spessore, la decima parte di un veršok. Poco discoste dalla testa erano attaccate al tronco due zampe, che formavano col tronco un angolo di quarantacinque gradi, una per parte, lunghe circa due verškì, di modo che, dall’alto, l’animale poteva sembrare simile a un tridente. Non osservai la testa, ma vidi due antenne, non lunghe, che avevano l’aspetto di due aghi, anch’esse di color bruno. […] La bestia correva veloce per la stanza, poggiando il corpo sulla coda e sulle zampe, e quando correva, si torceva come un serpente con incredibile agilità, nonostante il guscio, ed era estremamente disgustoso guardarla. […] L’animale si nascondeva sotto il comò, sotto l’armadio, strisciava in tutti gli angoli. […] All’improvviso sentii dietro di me, quasi vicino alla testa, un fruscio stridente; mi girai e vidi che il rettile si stava arrampicando sul muro ed era ormai all’altezza della mia testa e sfiorava persino i miei capelli con la coda, che ruotava e si torceva con incredibile rapidità. […] Entrarono nella stanza mia madre e una sua conoscente. Cominciarono a dar la caccia al rettile, ma erano più tranquille di me, come se non avessero paura. […] Allora mia madre aprì la porta e chiamò Nora, la nostra cagna, un enorme terranova, nero e arruffato, morto cinque anni fa. Questa entrò di corsa in camera e si arrestò di colpo davanti al rettile, come impalata […]. Norma lo guardava in modo incredibilmente feroce, anche se tremava in tutte le sue membra. All’improvviso mostrò in modo cauto i suoi denti terribili, aprì le sue fauci enormi e rose, prese la mira, studiò la situazione, si risolse e d’un tratto afferrò con i denti il rettile. […] Norma lo afferrò, […] per ben due volte, con le sue fauci lo fagocitò quasi, tanto da sembrare che lo stesse inghiottendo. Il guscio scricchiolava sotto i suoi denti […]. il rettile schiacciato si agitava ancora […] sulla lingua della cagna una quantità considerevole di liquido bianco, simile a quello che producono gli scarafaggi neri, quando vengono schiacciati… […]». 3

Nel sogno di Ippolit, giovane malato e prossimo alla morte, non vi è nessuna metamorfosi, l’animale mostruoso che appare all’improvviso nella stanza forse non è altro che l’orrore e la paura per la fine imminente.

Kafka, invece, inverte le parti e di quell’animale mostruoso ne fa un personaggio. È lo scarafaggio a portare il lettore dentroil racconto, a mostrargli il mondo così come lo vedono i suoi occhi, lo trascina sul muro o sotto il divano, lo tiene al suo fianco quando s’affaccia alla finestra di casa in cerca di una risposta, di una possibile via d’uscita. Insomma, la metamorfosi immaginata da Kafka è crudele e mistica allo stesso tempo.

Forse l’associazione tra il racconto di Kafka e il sogno descritto da Dostoevskij nel suo romanzo è soltanto frutto di un’ingenua teoria di chi ha redatto questo articolo; o forse, come sostiene Gesualdo Bufalino, «[…] uno scrittore, nell’atto in cui legge, dichiara, più o meno, una guerra d’amore e di rapina al libro che sta leggendo, e non smette di chiedersi sottovoce quanto in esso c’è da sottrarre o da restituire, e se alla fine egli dovrà sentirsene creditore, debitore, usurpatore»4.

Alla fine cosa importa se Kafka per il suo racconto si sia ispirato o no a Dostoevskij, in ogni caso una mutazione è avvenuta e chissà quanti altri si saranno ispirati alla storia di Gregor Samsa per trasformarlo ancora. In letteratura, e nell’arte in generale, c’è sempre chi sottrae e chi restituisce, però bisogna essere menti geniali per restituire con assoluta e indiscussa originalità ciò che si è eventualmente usurpato.

  1. Maurits Cornelis Escher, Grafica e disegni (Benedik Taschen, Berlino 1990)
  2. Franz Kafka, La metamorfosi (Newton Compton editori, Roma 2011)
  3. Fëdor Dostoevskij, L’idiota (Oscar Mondadori, Milano 2010 – traduzione di Eugenia Maini ed Elena Mantelli)
  4. Gesualdo Bufalino, Gide lettore di Dostoevskij (in Cere perse – Sellerio, 1985)

©MimmaRapicano2020

(articolo pubblicato il 17 gennaio 2020 sul blog Formicaleone)