IO, LORO

Ogni mattina appena sveglia bevo un bicchiere d’acqua, uno o due caffè, a volte anche tre. Poi scosto le tende, apro piano gli infissi della veranda-cucina, l’aria nuova entra e svelta fluisce nelle altre stanze. Tristezza e concretezza mi prendono. Specchio, specchio delle mie brame chi è …? Una strega stornella un canto di regina prodigiosa dal ventre rigoglioso. Legno e serpenti, la città brucia. Sogno premonitore. Latrato di cagna morente.

Io, loro. 
M’affaccio nel cortile saccheggiato dal tempo, puntellato di ricordi e fantasmi. Risuonano i vaghi discorsi di dame e damerini, gente senza fede. Rumino polvere. Guardo tracce e calcinacci sul tetto tinto di rosso, sbiadito dai raggi, un tubo di plastica argina i rifiuti caduti della casa degli Altri. 

Io, loro.
Gli Altri, fuori da me ma a me vicini. Confini violati. Gli Altri mangiano salsicce alla brace per sfamare bocche voraci, tante, spalancate e senza denti. Gli Altri hanno gonfiato e riempito d’acqua un’enorme piscina. Una bambina si tuffa e schizza il mare finto dappertutto. Scatta foto con il braccio teso, mamma guarda sono ad Acapulco. La donna in mutande annuisce, una ciminiera è la sua faccia. Distruzione, tufo corroso, spicconato, terrazzo non pavimentato, inventato in una notte e non finito. Una torretta grezza, ingresso e uscita dal castello fatato. Ieri c’erano due ceffi in ammollo, braccia e gambe tatuate con nomi, dediche e madonne svestite, barba rigida, teste pelate, canticchiavano insieme come novelli neomelodici. “Nel cesso ti farò vedere…” niente rima, morta è la poesia. Morti loro. Morta io. Una tunica forata stesa ad asciugare. Siamo fatti di paglia e sterco, prossimo concime per la terra desolata.

Io, loro. 
Continua a girare il mondo, chi più, chi meno. Ai piani alti si nettano le labbra con foglie di fico, peccati e peccatori poco originali. Le orecchie tappate, incerate di cerume eccellente, oziosa necessità di non sapere che qui…

Io, loro. 
Qualcuno fa domande. Resisto, rispondo. Lui ride. E i tuoi progetti? Il tuo viaggio? Io, ingenuamente, gioco la carta vincente: la verità. Senza fronzoli o lamenti. Lui ride ancora. Comprendo. Non è la mia verità che vuole sentire ma vomitare la sua litania. Pacifica ascolto i suoi mali, il raccontare fa bene a chi non sa.

Io, loro. 
Vieni qui, partecipa con me al funerale della poesia, defunta un caldo pomeriggio del duemilaventuno. Taccio. Il silenzio è un’arma potente. Tralascio e cammino, rasento e dissento. Chino il capo al suo cospetto, lui lo cosparge di cenere e derisione.

Io, loro. 
Giorno di mezza estate in mezzo a noi che di risate ne abbiamo fatte. Tu in ciabatte io nuda e senza tette. Fuori, tutto, lasciamoli fuori. Affonda gli artigli, dici, affondali bene. Dove? Il pavimento è di cristallo, niente schegge, siamo due fuorilegge. Leggete voi, di me e di loro. Loro chi? domandate. Altri. Ma non capite. Distanza, distanti.

Io, loro. 
Diventerò anch’io una bestia imbestialita come la cagna regina in cerca dei suoi figli? Peste e siero. Sono condannata. Dannata. Facciamo che mezza verità per uno non fa male a nessuno?

Io, loro. 
Il giorno s’è piegato. Sera, cielo azzurro, nuvole di grigio e di bianco, sfumature d’arancio al tramonto. L’estate sbadiglia e s’addormenta presto. E se scavalcassi la ringhiera e mi unissi a loro? Lì magari fa meno male. Mezza verità per uno. Tutt’Uno con gli Altri. Chiudo gli infissi, tiro le tende. Fuori. Lasciali fuori.

©MimmaRapicano_20agosto2021

In copertina: Near the Harbor, 1880 by Odilon Redon

2 Comments

  1. Terribile descrizione di uno stato d’animo e di una realtà che mi si apriva davanti agli occhi. Sono atterrita! Cambiare visione è l’unica soluzione. Bravissima Mimma.

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