COME ACQUA PULITA

Camilla da bambina si ammalava spesso. Morbillo, varicella, rosolia lasciarono tracce indelebili sulla pelle della piccola malata e quei segni divennero la mappa dettagliata e visibile della sua crescita. E mentre tutti i bambini si riprendevano in poche settimane, lei a letto ci rimaneva per mesi. Sembrava che i virus si affezionassero al suo corpo, l’alloggio era confortevole, il cibo di prima qualità e di andarsene proprio non ne volevano sapere.
“La bambina è troppo debole” diceva a sua madre l’anziano dottore e per guarirla era necessario ricorrere a una speciale miscela di farmaci. Quella notizia spaventava tutta la famiglia e ogni volta che ciò accadeva la piccola assisteva a un andirivieni di parenti e vicini che le portavano in dono giocattoli e dolciumi. Con gli anni Camilla comprese che quella combinazione di medicine avrebbe potuto rubarle la vita. Ma lei, seppur debole, risorgeva sempre come il Lazzaro dei Vangeli.
Alcune volte Camilla se l’era proprio vista brutta. Le allucinazioni dovute alla febbre alta non erano ricordi che poteva condividere con gli adulti perché non l’avrebbero creduta. E dopo ogni ritorno da quella che lei chiamava la Terra dei moribondi, se ne stava in silenzio distesa sul letto nello stanzone a guardare con meraviglia lo stesso fatato circo dei parenti che stavolta tornava a farle visita soltanto per la morbosa curiosità di vedere la bambina miracolata.
A Camilla lo stanzone sembrava la camera più grande del mondo. Il letto, chissà per quale ragione, era sistemato al centro; la carta da parati aveva enormi cerchi dai colori sgargianti; sopra il settimino era appoggiato un Gesù Bambino di ceramica bianca e l’armadio a tre ante con un grande specchio si trovava proprio di fronte al suo letto. La bambina che vi vide riflessa fu la prima e unica amica della sua infanzia. In un angolo della stanza una libreria di legno e metallo accoglieva i libri di scuola, le copie di Topolino e i Manuali delle Giovani Marmotte. Camilla conservava le bambole e i tanti mattoncini per le costruzioni in scatole di latta di varie dimensioni perché per lei era importante tenerli ordinati e puliti, sempre pronti per il prossimo gioco. In verità l’ossessione per l’ordine e la pulizia glielo aveva trasmesso sua madre insieme alle regole che era tenuta a rispettare. Le regole, per Camilla, erano comandamenti non scritti: non interferire con i discorsi degli adulti, non lasciare avanzi nel piatto, mai alzarsi da tavola senza il permesso dei genitori, rispettare le persone anziane, lavare i denti almeno tre volte al giorno e, prima di andare a letto, pettinare e intrecciare i lunghi capelli per non farli impigliare nei sogni. La piccola era cresciuta come in una caserma militare e la madre era il suo generale di brigata.
Eppure quando nella glaciale caserma arrivava zia Mafalda, entrava il sole e un arcobaleno d’allegria.
Zia Mafalda portava la leggerezza e la risata schietta delle popolane. Indossava lunghi abiti che cuciva da sé, strati e strati di stoffa colorata che le gonfiavano i fianchi già pronunciati. Non portava scarpe ma zoccoli di legno con tomaie di pelle che la zia comprava da un calzolaio di fiducia. I fulvi capelli raccolti dietro la nuca mettevano in risalto il viso tondo segnato da solchi profondi come cicatrici mal curate. Diceva che le sue non erano semplici rughe ma linee di confine perché, nata a cavallo di due secoli, aveva visto le guerre e patito dolori che nemmeno il buon Dio poteva immaginare. Camilla s’incantava a guardare zia Mafalda china e affaticata sulle bacinelle piene d’acqua che la circondavano. E le piaceva anche annusarle le mani, con quella pelle che odorava di sapone di Marsiglia e varechina. Aveva mani grandi zia Mafalda e lavava i panni, e mentre lavava e strofinava, la sua bocca non smetteva di parlare.
“La vita è come quest’acqua sporca, diceva, e quando in quest’acqua non riesci più a vederti le mani perché è diventata lurida e melmosa, allora è arrivato il momento di svuotarla tutta d’un colpo, senza ripensamenti e senza indecisioni. Ricorda, Camilla, tutta d’un colpo”.
Ma Camilla allora non comprendeva le metafore sulla vita e sull’acqua, in verità non sapeva nemmeno cosa fosse una metafora, ma doveva essere qualcosa di molto bello, pensava.
Quando sua madre le disse che zia Mafalda, oramai anziana per lavorare, sarebbe stata sostituita dalla lavatrice, Camilla si disperò e si sentì tradita. Soltanto allora comprese quanto le fosse necessaria la gioia che la zia portava nella sua vita. Quel freddo elettrodomestico, pensò, avrebbe soltanto centrifugato la sua solitudine.
Camilla si ammalò sempre più spesso e la febbre era così alta da farle perdere i sensi. La bambina non vedeva cosa succedeva fuori ma sapeva esattamente cosa accadeva dietro le sue palpebre socchiuse. Le allucinazioni la portavano in mondi lontani dai quali credeva di non fare più ritorno, mondi popolati da belve feroci e ogni specie d’insetto. Ebbe molta paura quella volta che vide il suo letto circondato da migliaia di formiche dalle antenne giganti. Un brulicare di piccole zampe e corpi vitrei che avanzavano minacciose. Alcune salirono sul letto, sembrava le parlassero, ma lei non riusciva a capire gli strani suoni che emettevano le loro mandibole in continuo movimento, e come impazzite cominciarono a divorarle il corpo. Quando Camilla si riprese dalla febbre e lasciò le formiche nella Terra dei moribondi, pianse per giorni e niente riusciva a calmarla. Poi vide la paura negli occhi di sua madre e ascoltò la sua voce mentre sussurrava parole mai sentite. Riflessa in quello sguardo credette di rinascere una seconda volta. E in effetti anche quella volta si riprese, e gli abbracci e i baci di zia Mafalda accorsa al suo capezzale furono i più festosi di sempre.
La fanciullezza di Camilla è stata un continuo saltellare da una malattia all’altra, un’infanzia dall’odore di canfora e varechina, di piccole gioie e grandi scoperte. Sono passati molti anni e lei è sempre lì nello stesso stanzone. Una nuova carta da parati piena di fiori e pennellate d’azzurro adesso riveste le vecchie pareti; l’armadio di un tempo è stato sostituito da uno più capiente e senza specchi; il letto sempre al centro della stanza ora è grande abbastanza da contenere tutta la sua immaginazione. Gli adulti si ammalano delle malattie più strane e un nome per la malattia di Camilla non è stato ancora trovato. Le sue ossa si sgretolano, delle micro esplosioni le riducono in frammenti che si conficcano nei muscoli procurandole dolori atroci.
Ora la madre è solo un riflesso della memoria, le carezze e le storie di zia Mafalda non danno più calore alle sue giornate. Un’infermiera bada al suo corpo ma non c’è nessuno a prendersi cura dei suoi ricordi. Con gli anni ha sbarrato l’ingresso della sua stanza e del suo cuore a tutti i conoscenti e ai pochi familiari rimasti. Tra lei e il mondo ha calato uno spesso sipario, il proscenio su cui vive è una foresta incantata dove nascono e muoiono acrobati, danzatori, gnomi e buffi animali. Camilla scrive fiabe e di quelle adesso vive.
A volte chiude gli occhi e pensa a zia Mafalda, sente lo scroscio delle sue risate, l’odore di sapone sulle sue mani e per un istante si libera del dolore come acqua sporca. Lascia scivolare la pesantezza della malattia tutta d’un colpo, senza indecisioni o ripensamenti.
È questo, pensa Camilla, il vero senso della vita, abbandonarsi al momento giusto e immergere in acqua pulita il male che è dentro di noi. Poi lavare e strofinare finché tutto riprenda profumo e candore. Per ritornare a sognare, nonostante tutto.

(Racconto pubblicato sulla rivista online Il Colophon – aprile 2017)

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